Tabù ovvero Egon Schiele

Ieri sono andato al cinema con Stefano, che aveva voglia di vedere un film realizzato da un suo amico. In realtà si trattava di un documentario molto ricco, difficile da definire con precisione dal punto di vista tecnico: un lavoro sulla vita e sull’opera di Egon Schiele, intitolato Tabù (2026), proiettato qui da noi nelle serate di lunedì, martedì e mercoledì.

Noi siamo andati di martedì sera e in sala c’erano una decina di persone, tra cui alcuni professori di storia dell’arte delle scuole della zona, probabilmente tra i più interessati a un docufilm di questo tipo.

Il film è costruito attraverso diverse voci narranti. C’è anche una figura femminile che legge e si muove negli spazi fisici dell’abitazione di Schiele: non è propriamente un’attrice, nel senso che non ha un “ruolo”, ma interpreta una sorta di voce narrante attiva, quasi in un tentativo “carnale” di entrare in contatto con un autore morto molti anni fa.

Il documentario prosegue intrecciando moltissime fotografie d’epoca, spezzoni di filmati, immagini dei quadri e dei luoghi, insieme a voci narranti che raccontano alcuni passaggi dall’esterno e a interviste, ad esempio con familiari e studiosi di ogni parte del mondo.

Nel complesso, tutto appare indubbiamente bello. Si esce con la sensazione di aver visto qualcosa di qualità. Eppure ho avuto anche l’impressione che fosse un prodotto troppo sovrabbondante: il mezzo, in qualche modo, prevale sul contenuto.

Forse è un mio limite, forse è una questione generazionale. Io sono abituato a una trasmissione del sapere più lineare: un punto A che porta a un punto B, un professore che spiega, un libro da cui ricavare informazioni.

Certo, anche quando si guarda un film si possono trarre, consciamente o inconsciamente, dei messaggi. Ma in questo caso mi è sembrato di trovarmi di fronte a un sistema reticolare di informazioni che faticavano a strutturarsi secondo un filo logico preciso.

All’inizio sembrava esserci una tesi da dimostrare, ma poi il discorso si sviluppava come una somma di suggestioni: un linguaggio quasi poetico, polisemico, in cui una parte dell’interpretazione è lasciata alla sensibilità di chi guarda e ascolta.

L’impressione, lo ripeto, è quella di un prodotto di grande qualità, che però non ha intenti didattici — o, se li ha, sono molto ben nascosti. La dimensione didattica emerge solo in piccole sfumature: qualche accenno alla società borghese dell’epoca, al rapporto tra genitori e figli. Sono elementi che però fanno parte di un discorso molto più ampio e da soli dicono poco.

Rimane dunque la sensazione di un mezzo comunicativo estremamente ricco, quasi eccessivo. Guardandolo, mi veniva da pensare alla “povertà” della comunicazione tradizionale tra professore e studente — ma forse anche a una forma di comunicazione semplicemente diversa, figlia dei nostri tempi, basata sull’uso simultaneo di moltissime fonti. Tutto questo, del resto, è reso possibile anche dalla rete: video, fotografie, testi… un intreccio continuo di linguaggi.

Tornando però al film su Schiele, è legittima anche un’altra riflessione: forse è proprio difficile, in generale, fare film su artisti come pittori o scultori. La pittura e la scultura, in fondo, vanno viste dal vivo: sono esperienze dirette, fisiche. Il cinema introduce inevitabilmente una mediazione che spesso non funziona fino in fondo. È un problema quasi strutturale. È un po’ come vedere il teatro in televisione: si perde completamente la dimensione dell’essere lì, della presenza, della relazione diretta con lo spazio e con l’opera.

Lo stesso vale per un quadro, una scultura, un’installazione. Se li trasferisci in un altro linguaggio, inevitabilmente li trasformi. Puoi raccontare la storia dell’artista — come nei film su Caravaggio o su Frida Kahlo — ma quello diventa un racconto biografico, non un’esperienza dell’opera. E forse il punto è proprio questo: l’opera non si può davvero raccontare, la si deve vedere.

Una riflessione che è anche quella di Stefano che, pur partendo da una minore familiarità con l’arte visiva, prova a definirne il funzionamento in modo molto efficace. Per lui l’arte è come una membrana semipermeabile, attraversata in entrambe le direzioni: da una parte l’artista fa passare i suoi messaggi attraverso l’opera, dall’altra chi osserva vi proietta i propri pensieri e le proprie interpretazioni. Nessuno dei due lati riesce a trasmettere tutto: la membrana filtra, mescola, trasforma. Quello che arriva a chi guarda è quindi un flusso “contaminato”, in cui convivono intenzione dell’artista e lettura personale. A partire da questo filtro — inevitabilmente legato al proprio bagaglio culturale — ciascuno coglie alcune emozioni, alcune suggestioni, comprende certe cose e altre no, si lascia coinvolgere oppure resta indifferente.

In questo senso, pur con approcci diversi, entrambi abbiamo apprezzato il film: io con uno sguardo più critico sulla struttura, lui con una riflessione più aperta sul processo di fruizione. Due letture diverse, legate ai nostri percorsi e ai nostri contesti. 

Forse, a voler essere autocritici, anche con un pizzico di serietà di troppo.

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