Una bella iniziativa: la degustazione organizzata martedì scorso dalla Condotta Slow Food Valle Ossola, insieme all’APAO – Associazione Produttori Agricoli Ossolani e all’ARSUNIVCO, presso il ristorante dell’Istituto Alberghiero Rosmini di Domodossola, si è rivelata un incontro davvero stimolante. Per chi, come me, ha la passione del vino e la curiosità di esplorare aromi, territori e storie, è stato un momento che ha lasciato il segno.
La sala era praticamente piena: una settantina di persone, uomini e donne, con un equilibrio tutto sommato giusto. Ciò che colpiva, però, era la composizione anagrafica: quasi nessun ventenne, qualche trentenne sparso e poi soprattutto uomini e donne dai quarant’anni in su. Un pubblico maturo, segno che il vino, almeno in queste occasioni, in questa modalità, resta ancora oggi un patrimonio custodito più dalla seconda e terza età che dai giovanissimi.
A guidare la serata è stato Fabrizio Gallino, collaboratore di SlowWine: con un pizzetto lungo e l’aria mefistofelica, quasi da personaggio di romanzo, ha reso la degustazione ancora più intrigante. Con competenza e verve ha guidato il confronto tra i vini ossolani e quelli svizzeri, insistendo più volte sul tema della “crisi del vino” e del calo dei consumi. Una diagnosi che lascia il dubbio: sarà davvero così? Perché a giudicare dal movimento di bottiglie che vedo sulle sponde del Lago Maggiore, alimentato anche dalla presenza abbondante di turisti, la crisi non sembra così evidente.





La degustazione si è aperta con La Gera di Cantine Garrone, un bianco fresco, teso, con sentori di piccoli frutti, erbe e mineralità, un inizio immediato e piacevole. A seguire il Fendant Balavaud di Jean-René Germanier, più profondo e complesso, con miele ed erbe in evidenza, una trama più grassa e finale amarognolo, arricchito da note di caramello. È stata poi la volta del Souvignier Gris, vino PIWI fuori catalogo tradizionale dei vini: agrumato e legnoso, al sorso aggressivo e quasi selvatico, più affascinante per la testa che per il palato.
Tra i rossi ossolani, l’Archè di Dea ha portato un profilo di frutta rossa fresca, un vino semplice ma piacevole, da merenda nel senso migliore del termine. Più strutturato invece il Cornalin di Germanier, in realtà un blend con Merlot e Cabernet: al naso emergevano il peperone verde del Cabernet e il frutto del Merlot, mentre in bocca tannini ancora decisi, alcol importante e un corpo morbido, in evoluzione. Il Barbarossa della Cantina di Tappia, a base Merlot, è apparso più snello, fresco, quasi magro, ma rotondo e armonico nel finale.
Dal Ticino è arrivato anche il Crescendo di Tenuta San Giorgio, Merlot da agricoltura biodinamica con passaggio in legno: i tannini si sentivano ancora marcati, il vino morbido ma con un finale un po’ acerbo che lascia intravedere margini di crescita. La chiusura è stata affidata al Prünent 2022 di Cà da l’Era, vera rivelazione della serata: solo mille litri di produzione per un rosso elegante e tradizionale, dal bouquet fine ma ricco, immersivo, capace di raccontare la forza autentica della tradizione ossolana.
Tra i bianchi, il Souvignier Gris mi ha colpito più con la testa che con il cuore, per la sua anima innovativa e un po’ ribelle. Ma fra i rossi non ho dubbi: il Prünent di Cà da l’Era è stato il più convincente, il mio preferito, un vino che racchiude in sé eleganza, identità e futuro.
In definitiva, è stata una serata che ha unito territori e culture, confermando che il vino non è solo bevanda ma linguaggio vivo, memoria condivisa e promessa di continuità. Magari trovando un linguaggio nuovo per i giovani.