Cinquant’anni di Divin Porcello: tra porcellate gourmet e leggende metropolitane

Non ricordo quando ci andai la prima volta. Di certo me ne parlò Massimo, il mio amico che abitava da quelle parti. E da allora non ho mai smesso di tornarci. Al Divin Porcello di Masera mi son sempre trovato bene: per il cibo, certo, ma anche per l’atmosfera unica, apparentemente scanzonata e sicuramente golosa. Era una formula nuova all’epoca, e infatti ha fatto scuola.

Ci ho portato amici, signore, anche persone importanti. Più volte. E sempre, sempre, si sono trovati bene. E io? Beh, ho sempre fatto una “porca” figura. Nel senso migliore del termine, ovviamente.

Siamo nel 1974 quando Massimo Sartoretti, visionario e anfitrione nato, dà vita a quello che oggi è molto più di un ristorante: è un’istituzione. Cinquant’anni dopo, il Divin Porcello è ancora lì, più vivo che mai, a sfornare taglieri pantagruelici, carne mitologica e salumi che raccontano storie di bravura e di stagionature attente.

Il nome, va detto, è già un programma. Quella che allora sembrava una scommessa audace – unire l’idea di porcellanza al buon vivere – è diventata un marchio riconoscibile ovunque. Talmente riconoscibile che, racconta la leggenda (ma potrebbe essere verità), Rocco Siffredi, in gita dalle nostre parti, si fermò a cena da Massimo. Gli piacque tutto, ma soprattutto il nome. Gli chiese se poteva usarlo. E così nacque il gemello un po’ diverso di Budapest.

Critiche in rete? Poche e spesso affettuose. Alcuni lamentano porzioni eccessive, altri lo stile rustico senza fronzoli. Ma è proprio quello il punto: chi va al Divin Porcello cerca il cibo, non l’apparenza. E magari, tra un risotto al nebbiolo e una fetta di pancetta arrotolata, gli capita anche di assistere a una sciabolata. Io, ad esempio, ho sciabolato la mia prima bottiglia proprio lì, guidato dallo sguardo complice di Massimo Sartoretti, che nel tempo è diventato una figura chiave della gastronomia ossolana.

A cinquant’anni dalla sua apertura, il Divin Porcello è ancora un luogo che divide (ma in fondo, cosa che conta davvero non lo fa?): c’è chi lo adora e chi lo trova sopra le righe. Ma è proprio quel suo stare sempre un po’ più in là che lo rende inimitabile.

Io continuo ad andarci, ogni volta con un po’ di fame e un sorriso. Perché il Porcello è un rito che non stanca, una mangiata con gli amici, un brindisi sciabolato, un’idea di convivialità che – in fondo – ci manca sempre un po’.

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