Alluminio demistificante

Fa caldo e ho finito il vino bianco. Un salto da Andrea che, come il solito, mi dà i vini che lui vuole che assaggi: otto bottiglie una diversa dall’altra. Fra cui uno chenin blanc del Sud Africa, annata 2004 (chissà come è stata dall’altra parte del pianeta?), azienda Sangoma, 13,5° alcolici. Me lo vende con un plus particolare: “vedi ha il tappo stelvin, a vite…”.

Grande novità? Non direi, ma così va il mondo. A noi quei tappi a vite ricordano i bottiglioni economici pre-metanolo. Non ci piacciono ancora. Per ora sopportiamo i tappi in plastica, perché sono una novità: sono simpatici, colorati, “easy”. Fanno però pena quelli di plastica che cercano di imitare nel colore il sughero… come capelli posticci.

Il tappo a vite in alluminio è, con altre graziose novità, originario dell’Australia, dove hanno appena inaugurato un grande stabilimento per la sua produzione. Ma più in generale è novità del Nuovo Mondo. Il perché è semplice: è congeniale ai supermercati e alle grandi compagnie di produzione e commercializzazione, evitando le rogne e le rese date dal sapore di tappo. Un interesse economico che viene supportato da un vasto movimento di opinione nel Nuovo Mondo; un movimento che promuove la “demistificazione” del vino con l’intento di farlo amare di più (vedi Parker, Johnson & C.). No, dunque, alle rendite di posizione, alle pratiche consolidate, ai limiti e alle barriere.

Sì, invece, ai trucioli nel vino, ai legni immersi nelle vasche, ai tannini aggiunti, allo zuccheraggio, all’irrigazione forzata, all’uso di manodopera sottopagata, alle viti ogm, alla gomma arabica… No, sembrerebbe, al vino buono, giusto e corretto: per parafrasare Carlo Petrini di Slow food.

E lo chenin blanc? Lo berrò molto freddo.

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