Daniela ed Aris (più lei che lui) ci portano ad Arenzano per vedere una grande vasca piena di tartarughe. A Filippo sono piaciute molto. A me, meno. Sono quelle creature originarie del continente americano, vendute come “pets” nei negozi e che, dopo un poco, molti gettano in acqua per disfarsene. Un po’ come si abbandonano i cani. Sono però aggressive ed entrano in competizione (vincente) con le tartarughe autoctone. Sopravvivono però a fatica e non si riproducono. Ogni anno comunque ne importiamo alcune migliaia di pezzi. E il ciclo continua. Noi come altri, ovvio: ma questo non mi rende più felice. Insomma… almeno in Liguria le radunano in una bella vasca di una bella villa, in un bel parco… Finita la visita alle tartarughe, siamo andati a mangiare in un ristorante sull’Aurelia. Guardando la lista ho trovato un vino a me sconosciuto: il Colline Savonesi igt Lumassina, detto anche o Mataossu. Un vino bianco che, leggo sul sito della camera di commercio di Savona, ha queste caratteristiche:
“Colore da giallo chiarissimo a giallo paglierino scarico con riflessi verdognoli; profumo delicato ma persistente, con sentori di erbe di campo bagnate e lievi di muschio e fiori campestri appassiti; sapore secco, molto sapido e fresco. Alcolicità: 10 – 15, 5 %; acidità totale: 6 – 8 per mille. Vitigno e Zona di produzione: il vino viene prodotto utilizzando le uve del vitigno Lumassina denominato nel Finalese anche Mataossu. La zona di produzione comprende alcuni comuni del Finalese in provincia di Savona. Abbinamenti gastronomici: vino bianco secco adatto ad accompagnare una buona gamma di piatti che vanno dagli antipasti ai secondi mediamente leggeri come frittelle di verdure alla genovese, “gattafuin”, verdure ripiene, “paniccia” e farinata, “noia” ripiene alla maionese, insalata russa, cavolfiori e finocchi alla besciamella, potage di rape, minestre di verdure, lumache al verde, alici al vapore, coda di rospo o sgombri al verde e moltissimi altri piatti della cucina sia costiera che dell’entroterra. La leggerezza e la sensibile, sapidità del vino mitigano ed armonizzano le piacevoli sensazioni “grasse” di alcuni piatti ed esaltano gli aromi agresti delle verdure e quelli salsi dei piatti a base di pesce. Come servirlo e conservarlo: deve essere servito ad una temperatura di 10°C, in bicchieri a calice con stelo alto. Dà il meglio di sé nel primo anno di vita, quindi è consigliabile non superare tale limite. Deve essere conservato in posizione coricata negli scomparti più bassi della cantina, ad una temperatura costante fra i 10°e i 14°C”.
Tutto vero. Il mio era imbottigliato (e prodotto, credo) dalla Sancio ss di Spotorno, che –a dispetto della ragione sociale- è un’azienda agricola con annesso agriturismo. Annata 2008, 11,5°. Come era? Come dicevo, seguendo le parole della CCIAA, era un vino assai fresco, sapido… sgrassante. Con il mio pesce in crosta di patate cozzava un po’; coi totanetti fritti di Aris andava meglio. Le due donne, alle prese con delle trofie al pesto, l’hanno giudicato positivamente. Daniela senza specificare; Monica, apprezzandone il leggero profumo di mandorle, le note vegetali… In bocca era assai fresco e sapido, magro, con un che di dolce sul finale. Per nulla amaro. Un grande sconosciuto? No, piuttosto un tranquillo presente…