Voglia di etternità

C’è voglia di "etternità", come recitava il manuale di Epitteto del liceo: un logo simpatico con omino che ingoiava una clessidra e sotto un facile motto latineggiante: "Bello doppo il morire vivere anchora". Ecco, noi vorremmo vivere "in "etterno" e per farlo confidiamo nel vino che, per alcuni istanti, ci fa dimenticare acheronte (parola di Alceo) e, molto più prosaicamente, i problemi. Tutto capita per caso: l’Innominabile chiama me, Davide Ver. ed altri amici alle 19 in un bar e poi comincia a farci bere (un gran sacerdote, non c’è che dire). All’inizio parliamo un poco dei nostri affanni e poi, piano piano, scendiamo nell’oblio: spariti gli affanni, dimenticata la famiglia (che si materializza sotto forma di messaggi e di telefonate imbarazzate), superati anche gli argomenti generici… parliamo di vino, di degustazioni, di vini indimenticabili (a proposito ne ordiniamo anche una cassa –Dimajo Norante, Don Luigi- da un rappresentante arrivato per caso colà e non schiodatosi più), di ricordi, di cosa varie… Oblio. Ad un certo punto mi stacco per andare a cena. Continuerò a bere, fino alle ore una. Loro rimarranno invece lì, fino alle tre di notte. Hanno bevuto tanti, ottimi vini. E un poco mi dispiace di aver segnato, in un attimo di forzata lucidità, solo uno dei meno rimarchevoli. Non cattivo, per carità, solo un calibrato prodotto da mercato estivo. Era un Dezzani 531 Nebbiolo Rosé Brut (12,5°). Profumi di frutta rossa, poi fragranza di crosta di pane e un po’ di dolcezza lattica sul fondo. In bocca è subito morbido, più che secco. Poi si sente una nota di amaro, alla fine. Poco corposo. Un poco di oblio, comunque, lo dona pure lui. E sono istanti sottratti agli affanni, al tempo che corre, alla fine di tutto… attimi di "etternità".

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