Quando cammini in montagna a cercare porcini, trovi spesso un sacco di funghi rotti: presi a bastonate, schiacciati con un piede, fatti a pezzi e lasciati lì. Sono quelli che chiamiamo, un po’ sbrigativamente, “funghi matti”: quelli che non raccogliamo perché non commestibili, tossici o semplicemente sconosciuti. Ma che ragione c’è di romperli? Non si possono lasciare interi, dove sono?
Non tutto quello che cresce nel bosco deve per forza finire nel nostro cestino. E il fatto che un fungo non serva a noi non significa che non serva a niente. Il bosco non è un supermercato e noi non siamo gli incaricati di eliminare la merce che non ci piace. Questi funghi distrutti mi ricordano le firme lasciate con la bomboletta sui muri delle case. Il gesto, in fondo, mi sembra simile: una cosa non è tua, ma ti prendi ugualmente il diritto di rovinarla. Come se fosse necessario lasciare una traccia del proprio passaggio, anche soltanto facendo un danno. Desiderio di immortalità? Ben poca cosa direi…
Vandalismo, insomma. Anche senza un muro di mezzo.
Mi domando se dietro ci sia qualcosa di radicato nella specie umana: quella smania di intervenire, di imporsi, di guastare ciò che si potrebbe tranquillamente lasciare com’è. Forse esiste una spiegazione psicologica o antropologica che non conosco.
Intanto, però, una domanda molto semplice rimane: se quel fungo non ti interessa, perché non passi oltre?