Ci sono cose difficili da comprendere, come certi tabù alimentari. Soprattutto oggi, in un’epoca in cui il sovranismo si fa strada con queste idiozie: “noi e loro”, “noi mangiamo meglio di loro”, “noi siamo meglio di loro”. Frasi false, eppure capaci di attecchire sia sulla gente semplice sia -furbescamente- su quella furba.
Mi viene in mente l’esempio della pizza all’ananas, diventata quasi un’icona negativa della cucina italiana… anche se italiana non è. Tutti la irridono: noi parliamo male della pizza all’ananas e, contemporaneamente, americani e inglesi ci prendono in giro per questo nostro disprezzo. Esistono perfino meme che raffigurano italiani infuriati alla vista di una pizza con l’ananas.
Eppure, a pensarci bene, esiste altre “stranezze” gastronomiche: per esempio la pizza con le patatine. A differenza della prima, questa è entrata in silenzio nelle nostre pizzerie, senza suscitare proteste. Non ha avuto un grande successo, ma è rimasta lì. Probabilmente la differenza sta nei tempi: quando apparve, il sovranismo non era di moda, e quindi nessuno sentì il bisogno di difendere un presunto baluardo identitario.
Ricordo bene il primo incontro con la pizza alle patatine. Era il 1989 o il 1990, non ricordo con precisione: quell’anno scolastico facevo il supplente in una scuola privata di Stresa. L’allora professoressa di tedesco, che sarebbe poi diventata mia moglie, Isabella Fovana, organizzò una gita a Vienna. Fu la gita più bella a cui abbia mai partecipato: Isabella aveva vissuto mesi a Vienna per perfezionarsi nella lingua, e aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Non solo monumenti e luoghi simbolo, ma anche ristoranti tipici, come quelli sulle colline chiamati Heuriger, che divennero mete delle nostre uscite.


Dopo due o tre giorni, però, i ragazzi — che oggi sono cinquantenni, ma allora erano adolescenti — iniziarono a lamentarsi della “cucina straniera, barbara”. Provenivano da famiglie perbene, essendo una scuola privata, quindi non usarono termini volgari come “fa schifo” o “è immangiabile”. Ma sicuramente dicevano: “si mangia male, meglio la cucina italiana”. Così, l’ultima sera, finimmo in una pizzeria. Il risultato fu disastroso: non era una pizzeria autenticamente italiana e, tra le proposte, compariva la famigerata pizza con le patatine fritte. Ricordo lo sdegno degli studenti: “Prof, ci sono pizze con le patatine! E perfino pizze con la carne!”.
Anni dopo arrivò anche la pizza con la carne — in pratica, il kebab sulla pizza — ma quella sera mi rimase impressa soprattutto la reazione di disgusto per la pizza alle patatine. Avevamo mangiato benissimo nei giorni precedenti, eppure quella voglia di pizzeria tradiva il rifiuto di apprezzare l’altro, il diverso.
Dieci, quindici anni dopo — sarà stato il 2004, forse il 2005 o 2006 — mi trovavo in pizzeria con amici. La figlia di uno di loro ordinò una pizza con le patatine, chiedendo addirittura la maionese da metterci sopra. In quell’istante, il ricordo della gita viennese mi si fissò in testa con forza.
La cosa curiosa è questa: la pizza con le patatine, che non ha alcuna tradizione, non ha mai scatenato polemiche. Nessun dibattito acceso, nessuna campagna mediatica. Forse perché all’epoca non c’erano i social, e le discussioni si svolgevano sui giornali, in modo più mediato e pacato.
Oggi, invece, se la pizza con le patatine facesse la sua comparsa per la prima volta, troverebbe proprio quegli ex studenti — ormai adulti — a gridare allo scandalo, alla lesa maestà della “cucina tradizionale italiana”. Una cucina che, in realtà, è tutt’altro che immobile: cambia ed evolve continuamente. Solo che, spesso, la gente preferisce fingere di non capirlo. O proprio non lo capisce.