Vino a chilometro zero

Si comincia a parlare di "vino a chilometro zero". Una posizione ecologista che prevede di bere e far bere più vino prodotto nelle vicinanze. Magari sfuso per pesare ancor meno sull’ecologia del Pianeta. In attesa di approfondire l’argomento, ecco a voi lo stralcio di un articolo che uscirà sul prossimo numero della rivista "Natural", mensile che viene venduto nelle edicole del Piemonte, della Liguria, della Val d’Aosta, delle province lombarde di Milano, Pavia e Varese. Qui mi occupo di cibi, ma la logica sottesa è la stessa anche per le bevande come il vino. E intato qualcuno parla già di etichettatura "chilometro zero".

Buona lettura!

La notizia ha avuto una brevissima ribalta, qualche settimana fa. Poi, senza ulteriori spiegazioni, è sparita. Rimanendo appiccicata a qualche blog linguistico od ecologista, neppure con troppi commenti, né troppo entusiasti. Eppure era molto significativa e degna di ulteriori approfondimenti. Tutto parte dal fatto che per il 2007 il New Oxford American Dictionary ha segnalato come “parola dell’anno” –più giusto sarebbe dire “neologismo dell’anno”- la parola locavore. Sostantivo che ha spiazzato altri neologismi come: cloudware, colony collapse disorder, cougar, MRAP vehicle, mumblecore, previor… e altri ancora. In Italia è stata importata come “locavoro”, anche se il linguista Tullio De Mauro ha proposto la sua trascrizione fonetica e semantica in “localivoro”, che in qualche modo si ricollega all’origine della parola.

… Si tratta di una parola coniata da alcune donne californiane che per prime hanno proposto di nutrirsi solo con i prodotti coltivati in un raggio di cento miglia (180 chilometri). Il loro esempio è stato seguito e la parola per indicare i consumatori, gli “onnivori locali” (local+omnivore) si è diffusa un po’ ovunque. Arrivando anche in Italia. Dove però è stata per ora soppiantata dallo slogan coniato dalla Coldiretti. Stiamo parlando dell’iniziativa dei cibi a “chilometro zero”.

 

… L’interesse è cresciuto, dalla mappa dei distributori di latte crudo si è passati ai “farmer’s market”, cioè mercatini di agricoltori locali nel centro della città –iniziativa, questa, di cui parla anche nella Finanziaria del 2007-; poi sono stati aperti dei locali con il menù “a chilometro zero”, delle gelaterie, dei wine bar: si fanno serate, rassegne gastronomiche… E in futuro, si parla di prodotti con l’indicazione dei chilometri percorsi in etichetta. È la cosiddetta “filiera corta”: corta nei chilometri e corta nei passaggi della merce.

 

Ovvio che non tutti sono d’accordo, qualcuno dice che l’impatto ambientale del cibo deve tenere conto di altre variabili, come ad esempio l’energia richiesta per la produzione e la quantità di cibo che viene prodotta. Per questo sostengono sia molto più ecologico far crescere dei pomodori in Spagna e trasportarli in Gran Bretagna, che far crescere gli stessi pomodori in Gran Bretagna all’interno di una serra la quale necessita di una notevole quantità di energia per essere riscaldata e illuminata.

 

… Nel Nord America, invece, si parla già di “100 mile diet”, cioè di una dieta che è anche esperienza di scoperta. Due giornalisti canadesi, per esempio, hanno descritto in un libro (e in un sito internet, ovvio) la loro esperienza di nutrirsi per un anno solo, assolutamente solo di cibi prodotti ed acquistati nel raggio di cento miglia. Un’esperienza e non solo una dieta di cui parlano lungamente in varie interviste: è stata dura? “il primo anno, sì”. È stato costoso? “no, si evitano le primizie e i fuori stagione”. È stato noioso? “forse all’inizio, ma poi abbiamo scoperto e stagioni, le microstagioni, le micro-microstagioni…”. E così via, fra ricette e approfondimenti. Con la consapevolezza che la “dieta delle 100 miglia”, il “chilometro zero” rappresenta solo un alleggerimento dell’inquinamento, una presa di coscienza, un ripensamento, una filosofia a cui tendere… Alla domanda se seguissero ancora la dieta delle cento miglia i due giornalisti canadesi hanno infatti risposto che “more or less” la seguono ancora, raccomandano di mangiare locale, “but certain long-distance favorites have made it back into the larder. Like olives. And chocolate. And beer”. Quest’ultima, infatti, si può fare in casa: più difficile coltivare le olive e farsi del buon cioccolato coi prodotti locali. Il “locavoro”, dunque, più che un gourmet è un intellettuale; più che una dieta, segue una particolare filosofia di vita.

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