Vestiti d’estate

Fa caldo. Un caldo che rende quasi insopportabile fare un’attività all’aperto, si cerca l’ombra e nell’ombra per me la compagnia di un libro. Libri che mi trasportino altrove da farmi dimenticare, almeno per qualche pagina, la temperatura.

In questi giorni mi è capitato di passare da due romanzi lontanissimi tra loro: L’Altrieri di Carlo Dossi e Il viceré di Ouidah di Bruce Chatwin. Un autore dell’Ottocento italiano, protagonista della Scapigliatura; uno scrittore inglese del Novecento, viaggiatore instancabile e narratore di mondi. Due libri che sembrano non avere nulla in comune. E invece si sono incontrati in un dettaglio apparentemente secondario: i vestiti delle donne.

Rileggendo una vecchia edizione Adelphi del Viceré di Ouidah – stampata nel 1996, quando il prezzo di copertina era ancora di ventimila lire – mi sono fermato a pagina 13. Chatwin descrive una messa celebrata nella cappella della famiglia fondata dal protagonista. Gli arredi ormai decaduti ricordano la grandezza perduta del capostipite e tutta la cerimonia è attraversata dalla nostalgia di un potere che non esiste più.

Padre Olimpio, «con la sua possente voce baritonale», ricorda ai discendenti che il loro padre non è morto, ma li osserva dalla vita eterna e continua a guidarli. Poi arriva un dettaglio che potrebbe sembrare marginale, ma che in realtà racchiude tutta la scena: «Al Credo, le donne emisero un sospiro e, sollevando con fatica le cosce, si alzarono in piedi. Lettere, leoni, foglie e dittatori militari si riassettarono frusciando». Bastano poche righe e il lettore vede la chiesa, sente il fruscio delle stoffe africane con le loro stampa grosse e colorate. Ironia? Decadenza? Esibizione? Forse tutto in un colpo solo.

Qualche ora dopo mi sono ritrovato invece tra le pagine de L’Altrieri di Carlo Dossi, precisamente a pagina 76. Anche qui i vestiti delle donne diventano protagonisti, ma il tono è completamente diverso. Ironia, quasi misoginia. 

Dossi descrive una festa con una ricchezza lessicale sorprendente. Le luminarie, gli specchi, il continuo andirivieni della gente, il pianoforte che accompagna valzer e quadriglie, il falso champagne, l’aria calda e polverosa «che ti incollava la camicia alla pelle e dissecava il palato». E poi le dame, «mezzo svestite», con gonne color zabaione, “gambero cotto, dorso di scarabeo”. di raso, di mussolina, di velluto, con guarnizioni, nastri e fiori di pezza. È una pagina che sembra quasi dipinta più che scritta.

La descrizione è ironica, ma non cattiva. Dossi osserva il mondo dell’alta società con divertimento. Ne coglie gli aspetti più teatrali, le pose, le convenzioni, il linguaggio stereotipato, ma non c’è alcuna volontà di demolire quell’ambiente. Del resto, ne faceva parte. La sua non è una satira politica o sociale: è l’ironia elegante di chi conosce bene quel mondo e se ne diverte senza rinnegarlo.

Ed è qui che i due libri si separano.

Bruce Chatwin possiede una lingua ricca, raffinata, capace di immagini memorabili. Tuttavia non sembra mai compiacersene. La sua attenzione è rivolta soprattutto all’umanità che racconta: alle persone, ai loro riti, alle loro contraddizioni, alla storia che li attraversa. I vestiti diventano il segno di una civiltà, di una memoria familiare, di un mondo destinato a scomparire.

Carlo Dossi, invece, appare affascinato dalla lingua stessa. Ogni sostantivo, ogni aggettivo, ogni elenco sembra scelto per il piacere della parola. Più che raccontare i personaggi, spesso li trasfigura attraverso un linguaggio sorprendente, inventivo, quasi surreale. È una letteratura che mette in primo piano lo stile, senza per questo rinunciare all’ironia e all’intelligenza.

Due romanzi, due epoche, due scrittori diversissimi. Eppure entrambi riescono, attraverso la descrizione degli abiti femminili, a raccontare molto più di un guardaroba. Chatwin usa il fruscio delle stoffe per evocare la memoria di una dinastia e la complessità della storia. Dossi trasforma gonne, velluti e nastri in un magnifico esercizio di stile, nel quale la lingua diventa spettacolo.

In una stagione in cui il caldo rende persino difficile concentrarsi, è curioso che siano stati proprio i vestiti – quelli pesanti, eleganti, ottocenteschi o africani – a ricordarmi quanto la letteratura sappia trasformare un dettaglio in una visione del mondo. Perché, in fondo, non sono gli abiti a essere protagonisti, ma gli occhi di chi li descrive.

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