In Piemonte, ai confini con la Lombardia. Mi alzo presto perché ho avuto il sonno agitato. Sono le paure esistenziali e i sensi di colpa: ieri quattro cantine abbiamo visitato con la Banda ed abbiamo assaggiato all’incirca venti vini. “Sono grasso! avrò la glicemia a mille!… Così mi sveglio, colazione leggera e poi in giardino a fare due lavori: potare la vite e due dei tanti meli che mio padre mi ha lasciato in eredità (sarebbe contento delle mie potature? No, non credo… diceva sempre la sua); poi passo a prendere degli amici e via verso la loro baita.
Mentre saliamo, uno si lamenta che non può andare a trovare il figlio in Inghilterra: ha paura che lo blocchino in aeroporto (chi paga la quarantena? quanto dura?); un altro si lamenta che non ha più clienti per il suo b&b: disdette una dopo l’altra; c’è chi dice che fanno bene ad essere così rigidi, c’è chi dice essere colpa dell’opposizione, chi dice questo chi dice altro… tutti vogliono solo che l’emergenza finisca.
A pranzo in baita, la polenta il merluzzo il vino e la grappa aiutano a dimenticare. Ma appena scendo, il cellulare mi rimanda una serie di messaggi: didattica a distanza, forse non si riprende neppure mercoledì, vammi a comprare il disinfettante… disinfettante? Sì, la scuola ha bisogno di disinfettante e non son sicuri di averlo. Devono disinfettare le aule prima della -forse- riapertura. Mi dicono di anticipare i soldi e che poi, non voglio sapere come, troveranno il sistema di rimborsarmi; che i politici fanno le ordinanze, ma poi non danno i soldi per (neppure il tempo, dico io); mi dicono inoltre che i supermercati hanno finito tutto e di vedere se nella mia zona ne hanno. In realtà io sono sopra Verbania e mi fermo al primo market che trovo. Hanno tutto e compro decine di litri di sostanze disinfettati e guanti monouso. Il supermercato è pieno ed incontro un amico medico, in pensione, che mi sfotte un po’ (belle le vacanze, neh!?) e mi dice che ‘sta storia del coronavirus è una “puttanata”. Si tratterebbe solo di un’influenza un po’ più grave del solito. Per lui è colpa del governo.
Esco e poi in un parcheggio chilometri più in là, carico il tutto in un’altra auto (come fossimo contrabbandieri) e vado a casa. Mentre guido (ho il vivavoce), rispondo ad una telefonata che mi dice, che mi ragguaglia sui timori del nostro Governatore (che è già una primadonna, ora nelle vesti dell’eroe civile chi lo tiene più!) e sul fatto che non è certo che mercoledì si riapra (oibò, e la disinfestazione? E i disinfettanti?). A casa mangio veloce e rispondo ad altre due telefonate (non posso venire a trovarti, sconsigliano di viaggiare e poi sei troppo vicino alla Lombardia!; sono andata messa e la chiesa era strapiena, altro che paura da cornavirus!) e a vari messaggi: è nato il figlio di mio cugino e la sua foto gira sui social di famiglia e poi mi chiedono lumi sulla didattica distanza (oh mamma, e chi l’ha mai fatta?). Poi tutto si quieta e scrivo queste due righe. Domani sarà lunedì, un lunedì da coronavirus, ma appena fuori la zona rossa. Almeno per ora.