Sull'orlo del baratro sono molte aziende vitivinicole italiane. Ma nessuno lo dice. O meglio, lo dicono in pochi, marginali… la grande stampa lo ignora. Con un calo stimato del 20 per cento del consumo di vino in Italia, stiamo sull'orlo di una crisi epocale. Una crisi che cambierà completamente la geografia agricola italiana, modificherà gli assetti sociali di ampie parti del Paese, cambierà gli stili di consumo e di proposta del vino.
Le cause le sanno tutti: le nuove norme sul consumo di alcol e la patente. Non voglio qui discutere sulla bontà o meno di tali iniziative. Mi piace però solo ricordare che queste norme non sono state graduali, non si sono accompagnate a modifiche necessarie in altri settori (la liberalizzazione dei taxi, per esempio), hanno un impatto etico illiberale (e se voglio bere dopo le due di notte? Neppure una birretta?), sono ingiuste socialmente (le multe uguali per poveri e ricchi?)… Danno l'impressione di essere strumento di una politica alla ricerca di facile consenso… Però…
Però, la gente non beve più al ristorante, luogo in cui i vini di qualità si sono indirizzati per anni, sancendo una solida alleanza fra cucina e vino che -giocoforza- presto sarà sciolta. Si beve poco anche alle feste, nelle scampagnate, nelle passeggiate enogastronomiche. Si beve soprattutto a casa e lì, nel consumo domestico, i leader sono i negozioni della Grande Distribuzione Organizzata che, quasi sempre, trattano il vino alla stregua di altri prodotti: quello che conta è il prezzo e se non riesci a stare nel prezzo puoi sempre comprare in Cina (pensate alla passata di pomodori) o altrove dove paghi meno. Nulla di buono per chi è piccolo. Nulla di buono per il vino artigianale (vera ricchezza del Paese). E così, mentre si preparano le Guide, il vino rimane nelle cantine e per poterlo dire si devono comprare pagine pubblicitarie. Altrimenti è silenzio. Tutto va bene, deve andare bene… viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il vino, intanto, comincia ad essere percepito come un problema e non come una ricchezza culturale, storica, patrimonio nazionale del gusto. No, solo un problema. Soluzioni? Poche ne immagino: vendere di più all'estero (chi sa l'inglese alzi la mano), proporsi come valore aggiunto a qualcosa d'altro (un territorio da visitare, un agriturismo con vendita annessa…), cercare nuove formule di vendita (e-breeding, vendita on line, souvenir, porta a porta…). In ogni caso, come mi ha detto ieri un amico viticoltore, “un cinquanta per cento delle aziende vitivinicole nazionali chiuderanno entro l'anno”. Riesco solo ad intuire i dolori e gli sconvolgimenti sociali ed economici ciò potrebbe portare, a breve e alla lunga. E mi auguro che l'amico sbagli. L'impressione, però, è quella di un baratro dal fondo buio… Qualcuno ci cadrà dentro.
Sull’orlo del baratro…
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Sei proprio sicuro che il problema della crisi del vino sia nelle norme del codice stradale? Allora prima si vendeva vino solo perche' la gente poteva tranquillamente guidare non sobria.
Come mai invece in paesi dove le norme sono sempre state applicate strettamante, ovvero quasi dappertutto al di fuori dell'Italia, il consumo di alcolici e' sempre stato costante, spesso in crescita, e i ristoranti pieni?
Non saranno invece le cause dovute a problemi strutturali, come l'enorme numero di cantine, spesso di dimensioni non sufficienti a garantire alcuna economia di scala, oppure il problema dei pagamenti, questo si un problema drammatico di cui nessuno parla, che in Italia vedono le cantine fare da banche ai ristoratori e dell'impossibilita' pratica di recuperare un credito, con una burocrazia elefantiaca e costosa che per recuperare 300 euro ti fa spendere 500 e ci mette un anno, quando ormai il creditore non c'e' piu?
Oppure alla scarsa promozione, scarsa nella qualita' ma copiosa nella quantita' e nei costi, del vino italiano all'estero, che dovrebbe essere il vero volano dell'economia di questo settore?
No, non sono d'accordo. Il tuo ragionamento mi ricorda quello sulla benzina che costa cara perché abbiamo troppe aziendine sul mercato. Troppe aree di rifornimento. Non è mai diminuito il prezzo, però, facendo fuori i benzinai.
E poi, una volta che le cantine fossero ridotte, grosse, concentrate, sei proprio sicuro che la qualità del vino ne gioverebbe? Io penso proprio il contrario. La frammentazione per me è un valore non un disvalore. Semmai, dovrebbero lavorare insieme, almeno in alcuni passaggi. Ma molti già lo fanno: associazioni, società di export…
Sì, la crisi del vino è dovuta in gran parte alla diminuzione dei consumi al ristorante e in casa, in Italia, dove il vino si abbina, come tradizione, al cibo. La grande cultura della tavola in Italia. All'estero, il vino è una specie di liquore che si beve lontano dai pasti, il cui consumo si concentra nelle occasioni speciali in cui si eccede con l'alcol. E comunque ne consumano meno di noi. E hanno problemi maggiori di noi di etilismo.
Il fatto, per me, non è che non ci si può sbronzare a cena, ma che non si può più bere con questa, una volta tradizionale, sequenza: un bicchiere di aperitivo, due – tre bicchieri mangiando, un passito od un amaro per finire. Tu ti fideresti a guidare? A casa ci vai comunque, perché non sei scemo, ma l'etilometro ti inchioda…
I pagamenti lunghi? Male nazionale, in ogni setore. Una malattia che fa chiudere aziendine di ogni tipo: edili, elettriche, manufatturiere, fornitrici di servizi… credo che sia una malattia che ha colpito anche delle aziende vitivinicole, ma non solo e non è una malattia esclusiva. C'è gente che non paga e se ne "fotte" di lettere, avvocati e menate varie…
Sì, io sono per andare allo 0,8… come in UK.
Ciao