Spacciatori di Sagre

E’ stato un sabato mattina, non molto lontano, che alla radio ho sentito il “gastronauta” parlare di ”sagre tarocche”. Cioè di “sagre” che a dire di molti “sagre” non sono. A sostenerlo un vasto fronte sfrangiato di ristoratori, rappresentanti di ristoratori, giornalisti, rappresentanti di pro loco… Secondo questo fronte, si dovrebbero normare le sagre, per distinguere quelle vere da quelle fasulle. Quelle vere sarebbero caratterizzate dal “principio cha la sagra deve essere “organizzata e gestita da associazioni senza scopo di lucro, che in concorso con altri soggetti portatori d’interesse a livello territoriale, operano con continuità allo sviluppo e alla promozione della stessa attraverso un comitato”. E se ci sono utili “debbono essere reinvestiti in attività a favore della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale immateriale”. Belle parole difficili da realizzare.

Mi guardo infatti attorno e vedo decine di sagre: piacciono, sono frequentatissime, muovono l’economia locale, sono la scusa per escursioni, per “short breack” sui laghi, sui monti, in collina… Ma siamo sicuri che i cinghiali proposti siano frutto della caccia locale? O di locali allevatori… Troppo difficile da gestire il primo caso, impossibile il secondo. E le patate? Tutte di produzione locale? E se non ci sono contadini, andiamo a prenderle nell’orto? E la certificazione sanitaria? E le nostre zucche? Da dove arrivano? Ma sì, diciamolo: molte sagre sono “tarocche”: compriamo i prodotti da un altrove planetario e riproponiamo vecchie tradizioni per fare festa insieme… nulla di più. Però, se dalle nostre parti qualcuno fa vino, estrae acqua, coltiva qualcosa ma non è un professionista… lo usiamo, rischiando come fa un ristoratore quando compra i funghi da un raccoglitore. Ma tutto il territorio comunque non può dare. Difficile. Un po’ ovunque. Penso, per intenderci, alle grigliate di carne di maiale. Dove sono gli allevamenti? Dove sono i macelli autorizzati? In Germania, credo; in Danimarca; o in Emilia… da lì partono costine per la Penisola tutta. E la farina di segale? E il grano saraceno? E il la farina di mais per la polenta? Usa o Canada, direi… poca roba nostrana e assai rara. Oppure, aree: il riso, il vino, la frutta… Ma poi scopri che la pasta arriva da là, il burro da lì… Questo, devo dirlo, succede anche nei ristoranti. Pochi sono infatti quelli che possono permettersi ricerca, rapporto diretto coi fornitori, un menù “a chilometro zero” (questa sì una bufala!).

Però le Sagre, anche quelle tarocche (il “gastronauta” citava come suprema forma di taroccamento una a me sconosciuta Sagra della Nutella) aiutano a promuovere il meglio. Se funziona una sagra, qualcuno comincia a produrre per la sagra stessa. Si esce dall’abuso e si entra nella norma sanitaria. Si alimenta un’economia locale, si fa promozione al territorio. Lo vedono tutti.

Perché allora tutta questa polemica? La mitica “sagra della Nutella” sarà snobbata da molti e comunque chi la frequenterà saprà cosa è: una semplice festa travestita da sagra. Nulla di male, direi. Allora? Direi che c’è la crisi e i ristoranti lavorano meno e dovrebbero sforzarsi di più. Magari copiando la logica delle sagre: menù a tema, promozione, prezzi bassi… Poi c’è chi vuol farsi vedere figo. Ed infine la vecchia mania italiana di legiferare, normare.. coprire la povera gente di norme che non possono che essere disattese, altrimenti sarebbe meglio stare fermi. La Sagra delle norme, infatti, è uno spazio vuoto e freddo, dove non c’è nessuno.

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