A pagina dieci dell'ultimo numero di “Artù”, rivista di “Gusto . Tendenze . Mercati”, leggo un editoriale di tal “Sisifo”, pseudonimo di uno chiunque di noi che racconta del trattamento non proprio eccepibile ricevuto in un non precisato ristorante. Leggo, a brani: “Ma ha prenotato?” Ti guardi in giro, vedi che il ristorante è semivuoto… “No”, replica seccato il cameriere (ma dalla faccia e dal tono potrebbe essere il patron): “Aspetti un attimo che vediamo”… Lui ritorna: “Va bene, si sieda pure là”. E' il posto peggiore, che per sederti devi fare gli equilibrismi, chiuso fra uno spigolo e una colonna…”. E così via dicendo, elencando, non senza voglia di farlo, le tante, piccole pecche, che poi il pranzo offre al malcapitato.
Mi ha fatto ricordare che anch'io, anni fa, fui fatto parte di un analogo trattamento. Allora, nel 2001, pensavo di essere stato vittima del colpo di coda di un mondo ristorativo in estinzione. Quello che mi raccontava Claudio Zaretti, chef negli anni Sessanta, fatto di piccolo sadismo (“No, non c'è posto. Il ristorante è pieno. Provi domani” e non era vero. Al telefono. Oppure: “Non ha prenotato? Mi dispiace non c'è posto è tutto riservato. Ma se si sbriga, la faccio accomodare”. Poi non arrivava nessuno e tu ti eri strafogato) che allora si usava come pratica di marketing. Volevi andare lì a cena? Allora un poco dovevi soffrire, per aumentare il desiderio… diceva Claudio. Si usava così.
Al Vintage 1997 di Torino, ristorante celebre e molto amato dal mio amico Luigi (a cui non ho mai raccontato nulla), ci arrivai per caso un venerdì sera di ottobre. In realtà non volevo andare lì a cena, ma in un altro ristorante sulla piazza consigliatomi da amici. Era chiuso, purtroppo. E lì, poco distante, vidi l'ingresso di questo locale elegante. Suonai e fui accolto da un camerire (ma anche a me diede l'idea del proprietario) che mi disse le medesime parole: “Prenotato? No, beh vediamo…”. Lo disse guardando nel mentre l'agenda delle prenotazioni: un magico librone, dove chissà quale formula segreta era trascritta. Ci fece accomodare, poi, -quasi ci facesse un piacere- in una sala rettangola attigua, nel tavolino peggiore, proprio di fianco al passaggio verso un'altra sala. Anch'essa vuota. Nonostante glielo chiedessi con garbo, non ci fece accomodare altrove: tutto pieno. Ma la sala rimase vuota per tutta la sera, mentre in quella dietro di noi, arrivò, a piccoli gruppi, una rumorosa comitiva di amici. Ovvio che ero infastidito dal trattamento; ed ovvio che beccai un paio di errori fatti (come ha fatto “Sisifo”): il vino in lista non c'era, neppure un altro, l'acqua non arrivò liscia (ma perché non mi diedero retta? Ero proprio così malmesso? Boh!?)… mangiai bene, però, non lo nego e pagai non troppo per il locale che è… Però, giurai a me stesso che non vi avrei mai più messo piede. E così ho fatto. E non ho neppure dimenticato.
Speravo però di essere una delle ultime vittime di una ristorazione aristocrateggiante, che si basa sul “chi sei” e non “che cosa sai” (di cucina, di vini, di gastronomia). Ma “Sisifo” mi ha detto che sbagliavo. Roba da matti! Altro non so dire…