Ieri sera sono andato a mangiare con Monica in un ristorante indiano della zona, un locale un po’ ibrido che fa anche pizze.
Propone persino delle pizze in stile indiano, che sono interessanti, ma soprattutto offre una cucina indiana abbastanza semplice e piacevole.
A un certo punto della cena Monica si è incapponita su una salsa a base di curry, nella quale nuotavano dei fagioli di soia. Le era piaciuta così tanto che ha chiesto al proprietario, un giovane indiano, se poteva darle la ricetta.
Lui l’ha accontentata, spiegandole però che si trattava di una preparazione piuttosto lunga. Poi ha aggiunto una cosa che mi ha colpito: «Guarda, falla se hai voglia di farla. Ma anch’io, quando sono con mia moglie e non abbiamo voglia di cucinare, vengo al ristorante e la mangio qui».
È stata una risposta che avrei potuto dare io. Che avrebbe potuto dare Monica. Che avrebbe potuto dare Filippo o qualunque altra persona.
E proprio quella frase, improvvisamente, mi ha fatto vedere quel ragazzo in maniera diversa. Certo, era indiano, ma in quel momento non era più “un indiano”, nel senso di qualcuno che viene da un mondo diverso, lontano dal nostro. Era semplicemente uno come noi, come me, come Monica, come tutti.
Se una cosa è troppo lunga da cucinare e non ne ha voglia, anche lui va al ristorante e se la fa preparare.
È stato un momento semplicissimo, quasi banale, ma mi ha fatto pensare a quanto siano prive di senso tante costruzioni e tanti pregiudizi legati alle differenze e al razzismo. Perché, alla fine, nelle piccole cose della vita siamo molto più simili di quanto immaginiamo.
Abbiamo gli stessi desideri, le stesse pigrizie, gli stessi piccoli piaceri. E spesso, davanti alle cose più normali della vita, ragioniamo tutti più o meno nello stesso modo. E se non abbiamo voglia di cucinare andiamo al ristorante