Povero sesso indiano (senza fare il militare a Cuneo)

L’etichetta è allusiva: la scritta “Indian Kamasutra” sopra; sotto l’immagine di una statua: una formosa signorina che grazie ad un’improbabile torsione del busto (a 180° rispetto alle gambe) riesce a mostrare nello stesso istante la curva delle natiche, le cosce, le gambe ben tornite, la caviglia (a chi piace) e, ovviamene, i seni abbondanti, prosperosi (una quarta direi). E poi le braccia alzate a mo’ di ballerina orientale, il bel viso, i capelli raccolti sulla testa… Ai suoi piedi due scimmiette che la guardano con curiosità (desiderio? sberleffo… che siano i maschietti?). Il Kamasutra è proprio così: improbabile. Improbabile come l’etichetta appena descritta; improbabile come il vino indiano che abbiamo assaggiato al ristorante indiano Khajuraho di Caorle (Ve): improbabile e mediocre.

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Quella del vino indiano è una storia aperta da tempo e -spero- non ancora chiusa. Ne sentii parlare anni fa in una cronaca giornalistica da Londra, dove era (e forse è) di gran moda: freschi bianchi dalle pendici dell’Himalaya, rossi corposi dai fondovalle. Si parla di due raccolti l’anno; si parla di monsoni; si parla di viticoltura emergente. Poi un articolo sulla rivista “Slow” dedicato ad un produttore indiano. E la curiosià di provare, assaggiare. Nulla da fare con Alfredo che in India ci va spesso per affari: o si dimentica o trova solo vini francesi. Porte chiuse.

Così, appena capito davanti al ristorante indiano, fermo la bicicetta; chiamo Simone, Monica e Filippo e suono. Mi apre un’italianissima signora, molto diversa dalla kamasutrusiana, che gentilmente ci fa vedere il menù. Ecco quello che cercavo: due scritte assai sintetiche: vino bianco indiano, vino rosso indiano. E’ deciso, il piano è perverso: invito tutti a cena, il menù si sceglierà in loco; io assaggerò entrambi i vini. Tutti felici e un po’ perplessi per la mia inaspettata generosità…

La cena è buona, nulla da dire. A me piace la cucina speziata e piccante. Sembra semmai mancare di un centro: tanti piattini, ottime focacce aromatizzate, riso basmatic al vapore… sembra di essere sempre alle prese con un lunghissimo antipasto o con un “happy hours” speziato e piccante. Si mangia, così, tanto e si beve altrettanto tanto. Pure un birra indiana, stile pilsner. Come era il vino indiano? In primo luogo misterioso, perché imbottigliato a Santo Stefano Belbo, in Italia, tanto da farlo targare come “Prodotto in Italia”. Però nel contempo è distribuito da India Trading di Pero (Mi). Arriverà in cisterne? O con casalinghe damigiane? Arriva da una città (zona?) nel centro dell’India, Khajurao, nella parte sud della Pianura Indogangetica; dalla parte opposta dell’Himalaya. Sulla retroetichetta, che è poi la etichetta vera, si legge: “Indian Kamasutra, White Wine”, 12,5°, senza annata. Idem per il “Red wine”, 13°. Poi un pistolotto in inglese sulla storia del vino in India. Eccolo: “Wine has been in India for hundreds of years. It was originally know as Madira, very popular among maharaja’s for special occasion and for its suitability to Indian food and delicate spices. Our Kamasutra wine is specially fermented to compliment the intricate taste and spices of Indian food in the modern day”. Tutto vero? Non saprei. O meglio, sull’abbinamento poco da eccepire. Forse il rosso era fin esagerato per il cibo indiano.

Il bianco era assai deludente: aveva profumi lievi di alcool, di lieviti. Forse fiori. In bocca magrolino, poco gustoso, acidino. Un vinello mediocre. Perché fagli fare tanta strada? Vadano al Penny e prendano L’Archetto. Che sia lo stesso il produttore?

Il rosso era appena meglio: profumava di alcool, di amarene, di ciliegie. Profumi, abbastanza. In bocca era caldo, con buon equilibrio fra dolcezza e freschezza. Corposo ed asciutto. Discreto: un quasi vinone. Ma con che abbinarlo? Forse con il maiale “tanduri”, se mai esistesse.

E i vini indiani? Curiosiamo in giro ancora. Riproviamo…
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