Piero Manzoni, quanto vale la merda d’artista?

A Vacciago di Ameno, sulle alture del lago d’Orta, la casa-museo di Antonio Calderara è uno di quei luoghi d’arte che sorprendono per ricchezza e discrezione. La collezione, raccolta negli spazi in cui Calderara visse e lavorò, mette insieme opere e testimonianze delle avanguardie del Novecento e dialoga idealmente con un altro piccolo museo del Cusio che merita una visita, la Pinacoteca Gianni Boggiani di Omegna.

Fra le tante opere conservate a Vacciago c’è anche una bacheca dedicata a Piero Manzoni, con alcuni dei lavori che hanno contribuito a costruirne la fama di provocatore: il Fiato d’artista e la celeberrima Merda d’artista. Opere davanti alle quali la domanda viene spontanea: che cosa voleva dire Manzoni? Era soltanto il gesto dissacrante di un giovane artista insofferente alle regole oppure dietro la provocazione c’era qualcosa di più?

Per capirlo bisogna ricordare che Manzoni, morto nel 1963 a soli 29 anni, aveva portato alle estreme conseguenze una delle grandi domande dell’arte del Novecento: che cosa trasforma un oggetto in un’opera d’arte? Con gli Achromes aveva già abbandonato colore e rappresentazione. Con le Linee tracciava segni su lunghi rotoli di carta che poi chiudeva dentro contenitori, rendendoli di fatto invisibili. Con le Basi magiche trasformava temporaneamente in opera chiunque vi salisse sopra. Arrivò anche a firmare delle persone, certificandole come Sculture viventi.

In questa ricerca il Fiato d’artista è meno stravagante di quanto possa sembrare. Manzoni gonfiava palloncini con il proprio respiro e li vendeva come opere. Il punto non era il palloncino, ma il rapporto tra l’artista e ciò che il sistema dell’arte considera prezioso. Se attribuiamo valore a un oggetto perché è stato realizzato o toccato da un artista, perché non dovremmo attribuirlo anche al suo respiro? Il paradosso diventa ancora più evidente quando il palloncino inevitabilmente si sgonfia: rimangono la gomma, la firma, il certificato e la convinzione che lì dentro ci sia stato il fiato di Piero Manzoni.

Con la Merda d’artista il ragionamento diventa ancora più esplicito. Nel 1961 Manzoni produsse novanta scatolette numerate, dichiarando che ciascuna conteneva trenta grammi dei propri escrementi. Stabilì inoltre che dovessero essere vendute al prezzo corrente di trenta grammi d’oro. Era una provocazione contro il mercato, ma soprattutto contro il culto dell’artista: se tutto ciò che produce un artista acquista valore grazie alla sua firma, allora anche il prodotto più basso e materiale del suo corpo può diventare prezioso.

C’è poi un ulteriore paradosso. Non sappiamo con assoluta certezza cosa contengano quelle scatolette. Per verificarlo bisognerebbe aprirle, compromettendo l’opera stessa. Il collezionista è quindi costretto a fidarsi dell’etichetta, della firma e dell’autenticazione. Ed è proprio su meccanismi analoghi che funziona una parte importante del mercato dell’arte.

Rimane il personaggio Manzoni, sul quale è facile costruire il mito dell’artista maledetto: giovanissimo, insofferente alle convenzioni, protagonista della Milano delle avanguardie e morto improvvisamente nel suo studio prima dei trent’anni. Prendendo in prestito due immagini della musica italiana, viene quasi da chiedersi se fosse un romantico a Milano, come cantano i Baustelle, o un disadattato, come nell’immaginario de I Cani.

Probabilmente è una contrapposizione che gli sta stretta. Manzoni fu soprattutto un artista molto lucido nel comprendere in anticipo alcuni meccanismi che sarebbero diventati centrali nell’arte contemporanea. Aveva intuito che anche l’artista poteva trasformarsi in un marchio e decise di portare il principio alle estreme conseguenze: il suo nome poteva certificare una tela, una persona, un palloncino pieno d’aria e persino una scatoletta di escrementi.

Per questo, vista oggi nella piccola bacheca di Vacciago, la Merda d’artista conserva intatta la sua efficacia. Fa sorridere, può irritare, ma continua soprattutto a porre la stessa domanda di sessantacinque anni fa: il valore di un’opera sta nell’oggetto che abbiamo davanti oppure nel nome dell’artista, nell’idea, nel museo che la espone e nel mercato disposto a comprarla?

Il fatto che una scatoletta realizzata nel 1961 riesca ancora a far discutere davanti a una vetrina sul lago d’Orta è forse la migliore dimostrazione che la provocazione di Piero Manzoni non si è ancora esaurita

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