Oggi mi è ricapitata davanti quasi per caso un’immagine che non vedevo da tempo. È Il prestigiatore, il celebre dipinto legato a Hieronymus Bosch. O, per essere più precisi, a un’idea di Bosch: il pannello conservato a Saint-Germain-en-Laye, a lungo considerato opera del maestro, viene oggi generalmente ricondotto alla sua cerchia.
Ma l’attribuzione conta relativamente. Conta la scena: un prestigiatore ha sistemato sul tavolo i suoi bussolotti. Davanti a lui un uomo elegante, alto e dallo sguardo arrogante si piega in avanti, completamente assorbito dal gioco. Cerca di capire dove sia finita la pallina, vuole scoprire il trucco. Alle sue spalle, intanto, un ladro gli sfila la borsa. È un complice del prestigiatore o uno che semplicemente approfitta della situazione? La folla non vede nulla: guarda il prestigiatore.
È una piccola macchina perfetta dell’inganno. Qualcuno distrae, qualcuno ruba, qualcuno guarda. Forse è stato proprio questo cortocircuito maligno a farmi venire in mente Venezia.
Cinquecento anni dopo, nelle calli veneziane è comparso un altro spettacolo di strada. Alcuni youtuber e creator hanno cominciato a dare la caccia a persone indicate come borseggiatori: le seguono, le filmano, le affrontano. Talvolta arrivano a “marchiarle” spruzzando loro addosso vernice rossa.
Tra i protagonisti c’è lo youtuber filippino Mervin Hunter, arrivato a Venezia insieme a videomaker britannici. Inseguono presunti borseggiatori usando pistole ad acqua caricate con vernice rossa. Alcuni confronti sono degenerati in scontri, con sputi, oggetti lanciati e spray al peperoncino. Hunter aveva già realizzato azioni analoghe a Roma.
Casi simili sono comparsi in altre città, da Londra in poi. Probabilmente questi creator sono pochi, ma la loro forza mediatica è enorme: poche persone nelle strade possono produrre uno spettacolo visto da centinaia di migliaia o milioni di persone.
Il fenomeno fisico è piccolo. Quello mediatico può diventare enorme. E produrre notorietà e denaro.
La tentazione è vedere in questi personaggi dei giustizieri contemporanei: dove la polizia non arriva, arriva il cittadino con lo smartphone; dove la giustizia sembra lenta, il web promette una giustizia istantanea.
Ma c’è qualcosa di nuovo. Il giustiziere non si limita a impedire il furto. Ha bisogno che qualcuno lo guardi mentre lo impedisce.
Ed è qui che il vecchio quadro legato a Bosch diventa improvvisamente contemporaneo. Nel dipinto c’è già quasi tutto: il truffatore, la vittima, il ladro, il pubblico. C’è soprattutto l’attenzione come merce. Il prestigiatore non sottrae la borsa: sottrae prima di tutto lo sguardo. Il furto materiale diventa possibile perché prima è avvenuto un furto dell’attenzione.
Oggi quella stessa attenzione vale denaro. Solo che il tavolino con i bussolotti è diventato uno smartphone.
Il fenomeno, in realtà, non nasce con TikTok. Venezia conosce da decenni gruppi di cittadini che osservano le zone turistiche e avvertono chi rischia di essere derubato. Da questa esperienza è emersa Monica Poli, diventata celebre ben oltre Venezia grazie al grido: “Attenzione borseggiatrici! Attenzione pickpocket!”. Un richiamo diventato un meme globale.
Con i social, però, la sentinella diventa cacciatore. Non si limita ad avvertire: segue il sospetto, lo filma, ne mostra il volto, lo affronta, pubblica il confronto.
Poi arriva il vigilante-performer. Non basta più documentare. Bisogna produrre una scena: l’inseguimento, la provocazione, la vernice, la reazione, magari la colluttazione. Il borseggiatore è un soggetto perfetto per le piattaforme: un cattivo riconoscibile, una vittima, il pericolo, l’inseguimento e la punizione. Una storia comprensibile in pochi secondi.
Sta nascendo qualcosa di diverso: il vigilantismo come genere audiovisivo.
Il cittadino che avverte una possibile vittima ha raggiunto il proprio scopo quando il furto non avviene. Il creator no. Per lui potrebbe non essere successo abbastanza. Servono l’inseguimento, il confronto, la reazione, il video. Se la ricompensa sono visualizzazioni, follower, notorietà e denaro, evitare il conflitto può diventare meno redditizio che produrlo.
È proprio questo salto dalla segnalazione allo spettacolo a preoccupare le istituzioni veneziane. L’assessora alla Sicurezza Francesca Zaccariotto ha condannato queste iniziative per il rischio che degenerino in risse. Anche il prefetto Darco Pellos ha richiamato alla necessità di affidarsi alle forze dell’ordine.
Ma già nel quadro antico possiamo chiederci chi sia davvero il colpevole: il prestigiatore, l’arrogante spilungone, il borseggiatore, la folla distratta? Possiamo almeno farci un’idea guardando la scena. Nella realtà non c’è Bosch a indicarci i ruoli. C’è una telecamera.
E proprio Venezia offre un caso che suggerisce cautela prima di trasformare lo smartphone in un tribunale portatile. Nell’aprile del 2026 Monica Poli pubblica un video girato a Mestre. Due uomini vengono ripresi e indicati come borseggiatori. Secondo la loro ricostruzione, però, stavano semplicemente aspettando il tram. Uno è un operaio meccanico incensurato; l’altro ha precedenti, ma non per borseggio. Il video raccoglie circa 30 mila interazioni.
I due hanno presentato querela per diffamazione, chiesto la rimozione del filmato e avviato un’azione per ottenere un risarcimento.
Poche settimane dopo Monica Poli si è trovata dalla parte opposta: a Rialto è intervenuta per impedire che alcuni turisti picchiassero un uomo accusato di aver rubato un portafoglio. La “Lady Pickpocket”, famosa per inseguire i ladri, ha dovuto proteggere un presunto ladro dalla giustizia della folla.
È quasi un perfetto rovesciamento dei ruoli.
Il cacciatore di borseggiatori parte da un presupposto: io so chi è il colpevole. Ma se si sbaglia?
La velocità del meccanismo social diventa allora il suo difetto più pericoloso. Nel tempo necessario alla giustizia per accertare i fatti, il tribunale della rete ha già celebrato il processo e pronunciato la sentenza.
E la pena è l’immagine.
Un volto può essere visto da decine di migliaia di persone accompagnato dalla parola “borseggiatore” senza che nessun giudice l’abbia pronunciata. Il presunto giustiziere può trasformarsi nel presunto autore di un illecito, mentre il presunto ladro diventa colui che chiede giustizia.
È qui che il confronto con Bosch torna interessante. Nel Prestigiatore c’è chi inganna, chi ruba, chi viene derubato e chi guarda. Nel mondo dei social i ruoli possono cambiare: il cacciatore può diventare imputato, il “ladro” parte lesa, chi insegue può ritrovarsi a proteggere l’inseguito.
E soprattutto c’è la folla.
Nel quadro sono poche persone intorno a un tavolino. Oggi possono essere milioni. Non siamo nella calle, non sappiamo cosa sia accaduto prima o fuori dall’inquadratura. Vediamo ciò che il creator ha deciso di mostrarci. Eppure in pochi secondi crediamo di sapere chi è il buono e chi il cattivo.
Torno allora al quadro ritrovato quasi per caso.
L’uomo in primo piano è convinto di osservare il trucco. Si sporge, guarda attentamente, forse pensa di essere più furbo del prestigiatore.
E proprio mentre guarda, viene derubato.
Forse Bosch — o chi dipinse quella tavola partendo dalla sua invenzione — aveva intuito qualcosa che riguarda meno i ladri di quanto riguardi noi spettatori: quando qualcuno riesce a decidere dove dobbiamo guardare, ha già conquistato una forma di potere su di noi.
Nel Cinquecento bastavano tre bussolotti. Oggi basta uno schermo.
Il borseggiatore ruba approfittando della distrazione. Il cacciatore di borseggiatori cattura la nostra attenzione mostrandoci il borseggiatore. La piattaforma trasforma quell’attenzione in valore.
E noi guardiamo.
Forse è per questo che quel piccolo quadro mi è sembrato improvvisamente così contemporaneo.
La domanda non è soltanto se il ladro riuscirà a scappare o se il giustiziere riuscirà a prenderlo.
È un’altra: mentre tutti guardiamo l’inseguimento, chi sta facendo il gioco delle tre campanelle?