Perché siamo andati alla Rampolina?

Ieri sera sono andato al ristorante la Rampolina di Stresa per GustAbile Green, un’iniziativa di beneficenza. L’intero ricavato della serata, secondo quanto annunciato dagli organizzatori, era destinato alla Casa del Fiore di Lesa, progetto dedicato ai bambini e ai ragazzi malati di tumore e alle loro famiglie.

La Rampolina la conoscevo già e ne apprezzo da tempo la vivacità, oltre al fatto, non secondario, che si mangia bene. È segnalata dalla guida Osterie d’Italia di Slow Food, propone una cucina legata alla tradizione, ha una scelta di vini invidiabile e gode di una vista sul lago che probabilmente, alla fine, è una delle cose che rimangono maggiormente impresse. Una di quelle viste che fanno parte del locale quasi quanto i piatti.

Quello che non credevo possibile era metterci dentro – o meglio, intorno nel giardino – tutta quella gente. A occhio avrei detto trecento, quattrocento persone. Qualcuno, durante la serata, parlava addirittura di cinquecento. Ho scoperto poi che cinquecento biglietti erano stati effettivamente venduti e che ne erano stati messi a disposizione altri cento. Insomma, altro che impressione: eravamo davvero tanti. E, cosa ancora meno scontata, ha funzionato.

L’organizzazione per isole tematiche permetteva di spostarsi, assaggiare, tornare indietro, cambiare genere. Io mi sono fermato su quattro o cinque cose, soprattutto proteine, ma volendo si poteva spaziare parecchio: carboidrati, dolci, un bel fritto di lago e molto altro. C’erano cuochi bravi e alla fine si è mangiato bene. In piedi. Ed è proprio quell’“in piedi” che mi ha fatto venire qualche domanda.

Perché, guardandosi intorno, si vedeva parecchia gente decisamente elegante, persone che non avresti necessariamente immaginato passare alcune ore mangiando in piedi, spostandosi da un punto all’altro con il piattino in mano. Eppure erano lì. Tanti. Allora la domanda diventa: perché siamo andati?

Perché conosciamo Davide, sua moglie, il suo staff e apprezziamo il locale? Per fare beneficenza? Perché era semplicemente una bella serata per stare in compagnia? Per fare due chiacchiere e incontrare gente? Per mangiare bene spendendo una cifra che, in un posto del genere, rappresenta indubbiamente un’occasione?

Probabilmente tutte queste cose insieme. GustAbile, del resto, nasce proprio mettendo insieme gastronomia, socialità e raccolta fondi. Negli anni l’iniziativa ha sostenuto diversi progetti sociali del territorio; questa volta il destinatario era la Casa del Fiore di Lesa, una realtà collegata alla Fondazione Bianca Garavaglia e pensata per offrire ai piccoli pazienti oncologici e alle loro famiglie soggiorni e momenti di serenità sul Lago Maggiore.

Ma la beneficenza, da sola, basta a spiegare cinquecento o seicento persone? Non ne sono così sicuro. Perché a un certo punto la Rampolina finisce per assomigliare, fatte tutte le debite proporzioni, a qualcosa di molto più antico e popolare: la piazza. O, se vogliamo restare nel nostro mondo, alla festa di paese e alla sagra.

Alle sagre il cibo conta, naturalmente. A volte si mangia anche molto bene. Ma siamo sicuri che sia sempre quella la vera ragione per cui ci andiamo? Forse il piatto è anche una scusa. Si va per incontrarsi, parlare, vedere chi c’è, scambiare due parole con qualcuno che non incontravamo da tempo. Si va per stare insieme. È una questione che mi incuriosisce da sempre osservando il successo delle sagre estive: perché scegliamo proprio quella festa, in quel paese?

Alla Rampolina poi c’erano i cuochi. Ce n’erano diversi e alcuni molto conosciuti. Tra questi Cesare Battisti, del Ratanà di Milano, che ormai è anche una star dei social. Attorno a lui si percepiva una curiosa aura di rispetto e ammirazione. Certamente per la notorietà, ma credo anche per altro. Battisti ha una bonomia naturale, un carattere piacevole, un modo di stare in mezzo alle persone che lo rende immediatamente avvicinabile. Non dà l’impressione della star che concede la propria presenza: sembra piuttosto uno contento di essere lì. E questa differenza, nelle serate costruite sulla convivialità, conta parecchio.

Forse allora il successo nasce dalla somma di tutti questi elementi: un bel posto, una buona cucina, cuochi conosciuti, un prezzo accessibile, uno scopo benefico importante, la curiosità e soprattutto la possibilità di incontrarsi.

Rimane però un ultimo ingrediente. E confesso che è quello che mi provoca anche una certa invidia. Per mettere in piedi una cosa del genere bisogna avere una rete. Non una lista di numeri di telefono, ma una rete vera di conoscenze, amicizie, disponibilità reciproche. Persone che, quando le chiami, vengono. Cuochi che dedicano una serata, produttori che mettono a disposizione bottiglie importanti, collaboratori, amici, gente pronta a dare una mano. Davide questa rete ce l’ha. Probabilmente perché negli anni l’ha costruita facendo esattamente quello che fa nel suo locale: accogliendo persone, creando rapporti, organizzando, inventando occasioni, mettendo insieme gente diversa. Una cosa del genere non la organizza una persona da sola. E, per certi versi, non basta neppure essere bravi organizzatori. Bisogna aver costruito negli anni un piccolo patrimonio di relazioni e, soprattutto, di disponibilità reciproca. Che poi è esattamente quello che accade nelle feste di paese quando funzionano davvero.

Perché siamo andati dunque ? Per tante ragioni, ma forse soprattutto perché qualcuno è riuscito a creare una piazza. Solo che, questa volta, la piazza era alla Rampolina.

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