Un altro mistero estivo mi accompagna in questo inizio d'autunno. Mi domando infatti: perché la gente va, abbondantemente, alle sagre?
L'origine delle domande: domenica sera, dopo un inteso fine settimana a fare passata di pomodori (6quintali, mica male!), decidiamo di farci servire. Di non cucinare più. Andiamo alla festa di Ornavasso, dedicata alla Madonna del Boden. Classica festa di questo scampolo nord del Piemonte: banco di beneficenza, musica dal vivo gratis, bancarelle, tendone ristorante…
Non uno, ma ben due tendoni accoglievano le centinaia di ospiti: ovvio, su tavoli e panche “set birreria” e non su tavoli tondi e poltroncine. Si entra e ci si mette in fila. Però. Però, le file erano più di una: una per la cucina, una per il fritto, una per la griglia ed una per il bere. Guai a combinare gli alimenti: se volevi un fritto di pesce potevi avere le patatine, ma non l'insalata; volevi la carne alla griglia con le patatine? Sì, ma senza contorni. Sennò ti toccava fare un'altra fila (e intanto si raffreddava il tutto). A me è successo così: arrivo, vedo una fila e mi accodo. Dopo quindici minuti capisco, perché dietro ad una svolta vedo, che si tratta della fila della cucina. Dopo venti minuti compro un risotto alle verdure (più minestra che risotto), carote saltate in padella, insalata mista, una coca ed una birra. Porto al tavolo e ritorno a fare la fila per il pollo arrosto (cosa che volevo fin dall'inizio…). Dopo una mezzora, vedo tornare dalla fila del fritto uno dei miei amici; altri dieci minuti dopo, una mia amica mi viene incontro: è riuscita a prendere la carne alla griglia e mi avverte che il pollo è finito. Cosa fare? Rinunciare dopo le decine di minuti perse? Ma sia, Monica mi dice di venire che di cibo ce n'è… esco dalla fila e mi fermo a prendere due birre. Altra fila: quindici minuti circa. Arrivo al tavolo e mi stringo e mangiucchio l'insalata avanzata, il risotto freddo non lo tocco neppure (Marco mi dice essere pessimo), assaggio due patate mollicce ed una costina grassottella, ben cotta e saporita. La birra non è male ma il vino, dice Marco, non è gran che. Delusione. Che dire? Che pensare? Un trattato di etologia ed una lezione di sociologia potrebbero forse spiegarmi perché dove c'è gente va altra gente. Perché l'affollamento piace e perché la gente, poi, dice di aver mangiato bene? Solo perché erano in tanti e nessuno ha il coraggio di dire che “il re è nudo”? Si mangia bene con queste logiche da caserma? Ma sì, il cibo non era male e costava un poco meno che in un ristorante normale. Ma mancava il resto. Non c'era neppure il gusto della riscoperta di ricette tradizionali. Si trattava infatti di piatti “pop” (costine alla griglia, patatine fritte, fritto di pesce…) che si trovano un po' ovunque in Italia. Neppure si trovava traccia dei (pochi) prodotti locali, Forse il formaggio e il tagliere dei salumi (ma non l'ho assaggiato), ma non certo le patate industriali e neppure le carni di maiale i cui allevamenti si trovano in Germania, Danimarca o -più vicino- in Emilia.
Altre domande e tantativi di risposta. Alla gente sembra piacere questo tipo di ristorazione: i soliti piatti, assolutamente “no wellness” (fritto, grassi, proteine), poco costosi, ripetibili all'infinito… il servizio non conta molto. Conta l'atmosfera di festa, il prezzo contenuto… Perché i ristoratori non traggono suggestioni invece di brontolare che le sagre tolgono loro lavoro. Non è vero: sono un'altra cosa. La gente sopporta alle sagre cose che non sopporterebbe neppure in osteria. Prendetene atto e fatevi venire qualche idea.
Poi: perché non trasformare queste sagre in un'opportunità più ampia per il territorio? Perché non obbligare, ad esempio, ad una quota di prodotti locali e regionali? Perché non aiutare a spingere per la raccolta differenziata obbligatoria, per il riuso e non per l'usa e getta? Perché… Intanto, domenica prossima, altra Sagra. Poi vi dico…
Ma perchè si va alle sagre?
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