A scuola ho proposto una degustazione di lumache. Un piccolo esperimento per ragionare sul gusto e sulle resistenze che certi alimenti suscitano ancora prima di arrivare in bocca.
La prima sorpresa, però, è stata mia: il prezzo. Sono prodotti piuttosto cari, più di quanto mi aspettassi. Ed io che racconto che una volta integravano la povera dieta dei contadini! Mah, la modernità: il pane nero costa di più di quello bianco, la carne di lumaca più di quella di vitello… Le abbiamo assaggiate in due preparazioni, una con il prezzemolo e una con salsa rossa.
La classe era composta da diciotto studenti. Due hanno rifiutato l’assaggio: non se la sono sentita di provare. Tra gli altri, qualcuno era partito convinto che le lumache non gli sarebbero piaciute e ha invece dovuto ricredersi. Quasi tutti quelli che le hanno assaggiate le hanno trovate gradevoli, buone, pur precisando che non sono certo un alimento che consumano abitualmente. Anzi la maggioranza non le aveva mai mangiate.
È stata un’esperienza interessante proprio per questo. Il giudizio che diamo su un cibo può precedere l’assaggio: ci basta sapere che cosa abbiamo davanti per decidere che non ci piacerà. Contano le abitudini, l’aspetto, l’idea che ci siamo fatti di ciò che è commestibile e di ciò che ci provoca rifiuto.
Naturalmente, assaggiare non obbliga ad apprezzare. Le lumache possono piacere oppure no. Ma concedersi una prova permette di distinguere una sensazione reale da un giudizio formulato in anticipo.
Anche una degustazione in classe può servire a questo: a incuriosire, a mettere alla prova le proprie convinzioni e a scoprire che, qualche volta, il nostro palato è più disponibile di quanto pensassimo.