Lo sfruttamento di sinistra e la lungimiranza fascista (nella ristorazione)
Ieri, mentre aspettavo che il mio computer tornasse in vita, ho incrociato una mia collega. Una simpatica, con l’aria un po’ vaga, progressista, “di sinistra” avrebbero detto una volta. Parliamo di scuola e poi lei sbotta dicendo che “questa storia degli stage non è altro che sfruttamento lavorativo degli studenti”. La guardo. Perplesso: ero convinto che neppure si fosse accorta che stava insegnando in un’alberghiera. Invece. La rassicuro, le parlo, racconto… in primis le dico che sì, a volte è vero e in parte lo è sempre, ma che non c’è alternativa. Senza lo stage non riusciremmo più a dare agli studenti quel minimo di professionalità che gli permetta di entrare nel lavoro, conoscere un po’ della cucina, della sala, della ristorazione. Lei fa no con la testa. Non capisce. Ed allora le racconto che la nostra scuola è nata nel 1937 per volere di un fascista, il podesta Pozzani, che la volle per dare ai poveracci che dalle montagne andavano a lavorare via –alberghi, ristoranti, bar- un poco di mestiere per non essere “bocia” per anni, per poter migliorare se stessi e dare più agio alle famiglie. Poi si passò da uno a tre anni e per tanto tempo le cose sono andate bene così. Poi… poi è arrivata l’Italia moderna: per aiutare il Sud, basta professionisti della cucina e della sala scelti dal Preside, ma giovani neodiplomati da sistemare; per aiutare un po’ di laureati, via ore di pratica e dentro ore di teoria; per aiutare le case editrici, niente appunti ma sempre libri di testo; per aiutare la cultura cosiddetta alta, meno pratica e sempre più “grammatica”; in nome dei sacri principi, niente stages prima dei sedici anni (e se la famiglia è povera?)… insomma, fra colpi di retorica e mancanza di pragmatismo, la scuola è cambiata ed oggi –se vogliamo che qualche famiglia trovi lavoro presto per il loro figlio- dobbiamo chiedere aiuto all’impresa; che colmi lei il gap fra pratica (poca) fatta a scuola e quella che serve per iniziare a lavorare. Noi stiamo attenti: niente casi limite di sfruttamento intensivo (che abbiamo più volte trovato), ma un giusto equilibrio. E’ chiaro che le imprese ce li prendono perché un po’ li formiamo già, ci accolliamo le spese per il corso sulla sicurezza (altro costo inutile)… ma poi servono loro per abbattere i costi. Ho già visto brigate di cucina zeppe di stagisti, in barba alle norme (anche queste cervellotiche ed assai discutibili): con la scusa dell’apprendere si fanno lavoare gratis. E’ sfruttamento o no? Non so, a volte sì e a volte no.
Certo che il fascista aveva idee più moderne: cultura, cultura professionale e tanta pratica da spendere subito nel mondo del lavoro. Ovvio, per aiutare i poveri. I ricchi, si sa, hanno altre vie.
