L’Italiano che non è

Capita ancora d’incappare in parole, usate per il senso proprio o figurato, che sanno di stantio; di già visto e, anche un poco, di falso. Sfogliando la guida che il locale consorzio ha fatto del mio lago d’Orta, scopro che molti paesi sono “ridenti”, “sorridenti” o “ameni”. Visto che sono comunità come le altre: con invidie, rancori, gelosie, generosità ed egoismi; direi che si potrebbe lasciare stare e definirli per quello che sono: isolati, tranquilli, ricchi di verde, lontani dal traffico, dotati di servizi minimi o massimi… gli uomini, si sa (a meno di pensarla all’Ottocentesca per cui l’ambiente influisce sui comportamenti) sono uguali ovunque. Se poi c’è l’irrazionalità a devastarli, non c’è panorama che tenga.
Ancora più straniante leggere sul sito del nuovo museo di Meina, sul Lago Maggiore, che è una località “ridente”. Aggettivo strano per il comune che mi ricorda, subito, la prima strage di italiani (e non) di religione ebraica compiuta dai nazisti. Ma il vecchio albergo dove avvenne è stato abbattuto dopo un’agonia decennale. Forse ci faranno un po’ di case, forse un parcheggio… non so. Il paese è semmai “tranquillo” (oggi), “ricco di verde”, “facile da raggiungere”, “con ville e giardini storici”…
Quando si parla di vino poi, capita spesso di incappare in “nobili grappoli, nobili vini”, come se la natura desse dei diritti a priori, magari dettati da una divinità, a qualche pezzettino di essa. Altro che Darwin! Insomma, un linguaggio figurato altrettanto privo di senso; anche accettando per buona la spiegazione che danno i pragmatici americani: la miglior uva possibile in quel territorio. Che è un falso direi. Ma possiamo accettarla con riserva. Forse, invece di “nobili”, opterei per un “più adatti”, “migliori per”, “tradizionali”… un po’ di sano linguaggio borghese novecentesco.

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