«La storia siete voi». Maria Elena Delia a LetterAltura racconta la Global Sumud Flotilla

Dalle barche dirette a Gaza agli attacchi con i droni, dalla detenzione degli attivisti alle pressioni del governo italiano perché la missione si fermasse. A LetterAltura la testimonianza dell’attivista e autrice torinese diventa un racconto sulla Palestina, ma anche sulla responsabilità individuale e collettiva di fronte all’ingiustizia.

La storia della Global Sumud Flotilla, raccontata da Maria Elena Delia nell’incontro che ha aperto a Trobaso l’edizione 2026 di LetterAltura, comincia molto prima delle immagini delle barche nel Mediterraneo e dell’ultima missione verso Gaza. Bisogna tornare indietro almeno fino al 2008, quando due imbarcazioni tentarono di raggiungere Gaza via mare. Da allora ci sono stati altri tentativi. Delia parte proprio da questa storia per spiegare al pubblico che la Global Sumud Flotilla non ha inventato quella forma di mobilitazione: ne ha raccolto l’eredità, trasformandola in un movimento internazionale che oggi, racconta, coinvolge persone provenienti da oltre cinquanta Paesi.

Al centro c’è un principio sul quale Delia insiste più volte: «navigare in acque internazionali è un atto legale». Prima ancora della dimensione umanitaria della missione, dunque, c’è per lei una questione di diritto: una barca di civili deve poter navigare senza essere fermata se non sta commettendo alcun reato. Israele ha disatteso il diritto internazionale.

La scelta di tornare in mare nasce però dall’urgenza di Gaza. Delia ricorda il momento in cui, dopo mesi di bombardamenti e devastazione, Israele ha ulteriormente limitato l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia. Parla della fame utilizzata come arma e di una situazione che considera ormai impossibile ignorare.

Prima della Flotilla c’era stato anche un altro tentativo: raggiungere il valico di Rafah attraverso l’Egitto con una marcia internazionale. Il progetto fallì e gli attivisti furono respinti. Fu allora che prese forma l’idea di tornare al mare.

Perché “Sumud”

Anche il nome racconta il senso della missione. Sumud è una parola araba che può essere tradotta, in maniera necessariamente incompleta, con “resistenza” o “resilienza”. Per i palestinesi, spiega Delia, significa qualcosa di più: significa «resistere restando», rimanendo legati alla propria terra e alle proprie radici. La Flotilla ha scelto quella parola non per appropriarsi della resistenza palestinese, precisa, ma per renderle omaggio. Gli attivisti internazionali, sottolinea Delia, rimangono persone privilegiate. Anche quando vengono arrestati o picchiati sanno che, prima o poi, il loro passaporto contribuirà a riportarli a casa. Una condizione radicalmente diversa da quella vissuta quotidianamente dai palestinesi. È una distinzione alla quale tornerà più volte durante l’incontro.

Persone normali che decidono di partire

Uno degli aspetti più riusciti del racconto di Delia è proprio la normalità dei protagonisti. La Global Sumud Flotilla non appare, nelle sue parole, come un’impresa di eroi professionisti. È fatta di persone che fino a poco tempo prima svolgevano vite completamente diverse e che, spinte da quella che Delia definisce un’«urgenza etica», hanno dovuto imparare a diventare marinai, comunicatori, organizzatori, responsabili della sicurezza. Persone con competenze professionali importanti hanno lasciato temporaneamente il proprio lavoro per mettere quelle capacità al servizio della missione.

Tutto è stato organizzato in pochissimo tempo: scegliere le barche, stabilire le rotte, comporre gli equipaggi, formare i partecipanti, affrontare problemi di sicurezza. Le richieste di partecipazione erano migliaia: adolescenti, anziani, persone in carrozzina. Era necessario scegliere chi potesse effettivamente affrontare il viaggio. E poi c’erano le famiglie. Dire a una madre o a un padre «io parto» significava portare la politica dentro la dimensione più intima della paura.

È questo uno dei fili che Delia ha cercato di conservare nel libro Global Sumud Flotilla. La storia siete voi: non soltanto la navigazione, ma ciò che viene prima. Le riunioni, le discussioni, le tensioni, le amicizie, le paure. L’incontro fra persone provenienti da decine di Paesi diversi che devono imparare in pochissimo tempo a fidarsi le une delle altre.

«Poi arrivarono i droni»

Il racconto cambia tono quando Delia arriva alla navigazione nel Mediterraneo. La presenza dei droni di sorveglianza, racconta, era diventata quasi una costante nelle notti della Flotilla. Ma al largo di Creta accadde qualcosa di diverso. Secondo la testimonianza di Delia, le imbarcazioni furono attaccate durante la notte con droni militari. In acque europee, dunque. L’azione sarebbe proseguita per diverse ore e alcune barche sarebbero state seriamente danneggiate.

Per gli attivisti fu uno spartiacque. Non erano militari. Non erano armati. Erano civili su piccole imbarcazioni che navigavano, sottolinea Delia, in acque internazionali. Ed è proprio da quel momento che, nel suo racconto, emerge uno dei paradossi politici più duri dell’intera vicenda. Di fronte al rischio che qualcuno potesse rimanere ferito o ucciso, sostiene Delia, i governi europei non esercitarono la loro pressione su chi minacciava le barche. Cominciarono invece a esercitarla sugli attivisti, chiedendo loro di fermarsi, tornare indietro o modificare la rotta.

«Noi eravamo nella legalità», è il nucleo della sua argomentazione. Qualcuno minacciava quelle imbarcazioni, ma invece di chiedere a quel “qualcuno” di fermarsi, si chiedeva ai civili di rinunciare. E quando alla Flotilla venne rimproverato di aver trasformato tutto in una «questione di principio», la risposta fu esattamente opposta: «sì, era una questione di principio». Perché rinunciare proprio in quel momento avrebbe significato, nella lettura degli attivisti, accettare che la minaccia della forza fosse sufficiente a limitare un diritto.

Lo scontro con il governo italiano

È qui che la testimonianza di Delia diventa apertamente politica. Racconta di un’attenzione crescente del governo italiano verso la Flotilla e ricorda gli interventi pubblici della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che a suo giudizio descrivevano gli attivisti ora come irresponsabili, ora come provocatori, con toni che Delia definisce talvolta paternalistici e talvolta offensivi. Ma la questione, secondo lei, era molto più profonda. Delia parla senza mezzi termini di una «sudditanza politica ed economica allo Stato di Israele e agli Stati Uniti» che avrebbe impedito al governo italiano di assumere una posizione realmente autonoma.

Nella sua ricostruzione, la Flotilla aveva creato un cortocircuito diplomatico: civili italiani stavano navigando nel Mediterraneo e potevano essere attaccati da uno Stato alleato dell’Italia. La soluzione diventava allora convincere i civili a fermarsi. Delia richiama anche l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che invitò gli attivisti a non mettere a rischio la propria incolumità e ad accogliere una soluzione alternativa per la consegna degli aiuti. È un passaggio che Delia racconta come emblematico della sproporzione dei rapporti di forza: agli attivisti poteva essere chiesto di tornare indietro; ottenere da Israele la garanzia che cittadini italiani disarmati non sarebbero stati attaccati appariva, invece, impossibile.

Per Delia è proprio in quel momento che la Flotilla smette definitivamente di essere soltanto una vicenda legata a Gaza. Diventa uno specchio attraverso il quale osservare le dinamiche del potere. E anche delle sue spaccature, ricordando la Fregata che il ministro Guido Crosetto mandò ad osservare.

L’arresto e le violenze

La possibilità di incontrare la Marina israeliana era stata messa in conto fin dall’inizio. Era già accaduto nelle precedenti missioni. Ciò che Delia descrive come nuovo è l’escalation. Nel suo racconto compaiono navi militari, soldati armati, arresti e detenzioni. E compaiono soprattutto le violenze che, secondo le testimonianze degli attivisti, alcuni partecipanti avrebbero subito dopo essere stati fermati. Delia si sofferma su Thiago Ávila, attivista brasiliano proveniente dai movimenti ambientalisti e diventato una delle figure di riferimento della Flotilla. Lo descrive come un uomo capace di mantenere una disciplina rigorosamente non violenta anche davanti alle provocazioni. Ed è proprio la non violenza, spiega Delia, una delle cose più difficili da imparare: «se vieni aggredito, se vieni picchiato, se vieni provocato, devi restare fermo». Secondo il racconto portato a LetterAltura, Ávila sarebbe stato uno degli attivisti sottoposti ai trattamenti più duri durante la detenzione israeliana.

Ma proprio mentre racconta quelle violenze Delia introduce una precisazione decisiva. Ciò che è accaduto agli attivisti internazionali, afferma, non può essere messo sullo stesso piano di ciò che subiscono i palestinesi nelle carceri israeliane. I loro arresti e le loro sofferenze servono semmai, nella sua testimonianza, a mostrare fin dove possa arrivare un sistema repressivo che sui palestinesi esercita un potere incomparabilmente maggiore.

Le piazze e quelle persone sulle barche

Eppure il passaggio forse più emozionante dell’incontro di LetterAltura non riguarda né gli arresti né i governi. Riguarda le piazze. Delia ricorda il momento in cui sulle barche cominciarono ad arrivare le immagini delle manifestazioni in Italia. Racconta le lacrime degli attivisti davanti ai video delle persone scese in strada. Non perché quelle persone stessero manifestando per loro. Proprio il contrario. Perché avevano compreso che quelle barche erano diventate il simbolo di qualcosa che le oltrepassava. Delia arriva a dire che gli attivisti non sarebbero tornati vivi senza la pressione delle persone che riempirono le piazze. È una convinzione forte, che restituisce però perfettamente il senso politico che attribuisce all’intera esperienza: la protezione delle persone sulla Flotilla non sarebbe derivata soltanto dai loro passaporti, ma dalla mobilitazione di chi, a terra, osservava ciò che stava accadendo. Da qui il titolo del libro: La storia siete voi.

«Abbiamo un potere enorme»

Alla fine, Gaza rimane al centro e contemporaneamente il discorso si allarga. Maria Elena Delia racconta che la Palestina attraversa la sua vita da molti anni, anche attraverso il legame con Vittorio Arrigoni. Ma ciò che la Flotilla le ha lasciato riguarda qualcosa di ancora più universale. Non tutti devono salire su una barca. Non tutti devono diventare attivisti per la Palestina. Ma esiste, sostiene, un obbligo più elementare: riuscire a sentire il dolore di qualcun altro e riconoscere un’ingiustizia anche quando quell’ingiustizia non riguarda direttamente noi. È l’esatto contrario dell’individualismo che spinge ciascuno a considerarsi un’isola. La Flotilla, allora, diventa quasi una metafora: persone comuni, diversissime fra loro, scoprono che mettendosi insieme possono compiere qualcosa che individualmente sarebbe stato impensabile. Ed è forse questa la frase che meglio riassume la serata di LetterAltura.

Non siamo necessariamente chiamati a essere eroi. Siamo chiamati a decidere da che parte stare quando un’ingiustizia avviene davanti ai nostri occhi. Perché, dice Maria Elena Delia, «noi donne, uomini, cittadini abbiamo un potere enorme».

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