Intelligenza artificiale a scuola: uno strumento per imparare a pensare

Ieri sera sono andato a Casa Ceretti di Verbania convinto di assistere a un incontro che spiegasse il funzionamento dell’intelligenza artificiale. Avevo letto un po’ troppo velocemente il titolo, “Chi pensa quando pensiamo con l’AI?”, ma la sorpresa è stata piacevole.

Perché di intelligenza artificiale si è parlato, naturalmente, e Susanna Sancassani, che dirige METID – Metodi e Tecnologie Innovative per la Didattica – del Politecnico di Milano, ne ha spiegato anche alcuni meccanismi e la rapidissima evoluzione. Ma il centro della serata era un altro: che cosa succede al nostro modo di imparare quando cominciamo a utilizzare l’intelligenza artificiale?

Una domanda molto più interessante di quanto possa sembrare. L’incontro, organizzato da Ars.Uni.Vco nell’ambito della Summer School Soft Skills Labs 2026, ha raccolto a Casa Ceretti una trentina di persone, tra le quali anche alcuni giovanissimi. Qualcuno, alla fine, ha osservato che il pubblico avrebbe potuto essere più numeroso. Vero. Ma trenta persone che, in una sera d’agosto, ascoltano per quasi due ore una riflessione su intelligenza artificiale, apprendimento e pensiero critico e poi fanno domande credo possano essere considerate anche un buon successo.

Non possiamo fermare la marea con le mani

Una delle impressioni che mi sono portato a casa è molto semplice: non bisogna avere paura della novità. L’intelligenza artificiale cambierà il lavoro. Alcuni mestieri cambieranno profondamente e altri probabilmente scompariranno. Ma pensare di fermare questa trasformazione equivale un po’ a voler fermare la marea con le mani. La questione interessante diventa allora un’altra: possiamo imparare a cavalcarla? La risposta emersa dalla serata è sì, a condizione di non trasformare l’IA in uno strumento al quale delegare il nostro pensiero. Ed è proprio qui che la scuola diventa fondamentale. Sancassani ha insistito sulla differenza tra utilizzare l’intelligenza artificiale per evitare la fatica di pensare e utilizzarla per pensare di più e meglio. È probabilmente il passaggio che più mi ha colpito.

Un ragazzo deve scrivere un testo. Può chiedere a ChatGPT di farlo al suo posto. Risparmia tempo, certamente. Ma che cosa ha imparato? Oppure può scrivere prima il proprio testo, ragionare, commettere errori e soltanto dopo confrontarsi con l’intelligenza artificiale, chiedendole di individuare punti deboli, proporre alternative, formulare domande. In questo secondo caso lo stesso strumento assume una funzione completamente diversa. La tecnologia non sostituisce più lo sforzo cognitivo: lo stimola.

Sancassani ha richiamato anche alcune ricerche sull’argomento, invitando peraltro a essere molto prudenti davanti ai titoli sensazionalistici sugli effetti dell’IA sul cervello. Uno degli studi citati confrontava studenti impegnati nello stesso compito utilizzando ChatGPT, i tradizionali motori di ricerca oppure nessun ausilio. Il risultato più interessante non era semplicemente che chi delegava il lavoro all’IA mostrasse una minore attivazione cognitiva. Quando gli studenti svolgevano prima autonomamente il compito e utilizzavano dopo ChatGPT per migliorarlo, emergevano invece interessanti effetti sulle capacità metacognitive: diventavano più consapevoli dei limiti del proprio lavoro e delle strategie possibili per migliorarlo.

La conclusione potrebbe essere riassunta così: per imparare bisogna fare fatica. Fatica, ha precisato Sancassani, non significa sofferenza. Significa impegno cognitivo.

Le paure arrivano dal pubblico

È stato interessante anche ascoltare le numerose domande alla fine dell’incontro. Molte, in forme diverse, partivano dalla paura. Che cosa impedirà ai ragazzi di utilizzare passivamente questi strumenti? Che cosa succederà quando potranno farsi scrivere un testo, risolvere un problema o preparare una ricerca in pochi secondi? Come potremo sapere se un lavoro è davvero loro? La risposta più difficile è probabilmente: niente lo impedirà automaticamente. Ma, in fondo, timori analoghi hanno accompagnato molte delle innovazioni entrate nella scuola e nella società. La differenza la farà la capacità di educare all’uso dello strumento. E qui la responsabilità della scuola e dei docenti diventa enorme. Non basta vietare ChatGPT, così come non basta consentirne indiscriminatamente l’utilizzo. Bisogna ripensare almeno in parte il modo di assegnare i compiti, di costruire le attività e di verificare l’apprendimento.

L’intelligenza artificiale può perfino diventare una sorta di tutor: invece di fornire immediatamente una risposta, può essere configurata per fare domande, proporre quiz progressivamente più difficili, chiedere allo studente di recuperare ciò che già conosce, segnalare gli errori e costringerlo a rielaborare una risposta. A quel punto accade qualcosa di apparentemente paradossale: utilizziamo una tecnologia potentissima non per fare meno fatica, ma per aumentare l’attivazione cognitiva.Naturalmente, per portare davvero queste esperienze nelle scuole servono docenti preparati e ambienti informatici adeguati e controllabili. La tecnologia da sola non produce innovazione didattica.

Una cassetta degli attrezzi già disponibile

La serata non è rimasta soltanto sul piano teorico. Sancassani ha mostrato strumenti e materiali già disponibili per docenti, studenti e semplici curiosi: corsi online, video, podcast e altri contenuti realizzati dal Politecnico di Milano. Ha ricordato, tra gli altri, Polimi Open Knowledge, il portale che raccoglie gratuitamente centinaia di corsi, e il percorso dedicato proprio a Imparare con l’IA.Il messaggio, insomma, non era quello di una fiducia cieca nella tecnologia. Al contrario. L’intelligenza artificiale può sbagliare. Può inventare informazioni. Può creare problemi di privacy. Può renderci più pigri. E con l’arrivo degli agenti, capaci non soltanto di rispondere a una domanda ma di compiere sequenze di azioni e interagire con documenti e servizi, le questioni di controllo e responsabilità diventeranno ancora più importanti.Ma proprio per questo occorre conoscerla.

La domanda non è più soltanto che cosa sa fare l’intelligenza artificiale. La domanda è che cosa decidiamo di farne noi. E, soprattutto quando si parla di ragazzi e di scuola, forse il vero confine passa da qui: usare l’IA per evitare di pensare oppure imparare a usarla per pensare meglio.

Sono uscito da Casa Ceretti con questa impressione e con una piccola lezione personale: la prossima volta leggerò meglio il titolo dell’incontro prima di andarci. fai i tag separati da Anche se, questa volta, averlo letto male mi ha regalato una bella sorpresa.

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