Ieri sono tornato a scuola per cominciare l’anno scolastico e una delle prime cose che ho fatto è stata chiedere notizie di un collega che, in seguito a un incidente domestico, ha riportato una gravissima lesione alla spina dorsale.
Purtroppo le notizie non sono buone. Il suo corpo non risponde più. Verrà ricoverato in una struttura specializzata e, con ogni probabilità, non tornerà più tra noi.
La sua vicenda, così dolorosa, mi ha riportato a una domanda che da qualche anno attraversa sempre più spesso la nostra società: a chi appartiene la morte?
Per un uomo di fede la risposta può apparire semplice. La vita appartiene a Dio e, di conseguenza, anche la morte. Nella concezione cattolica l’uomo riceve la vita e, attraverso il libero arbitrio, può scegliere tra il bene e il male, ma non può considerarsi padrone assoluto della propria esistenza. In altre tradizioni cristiane il rapporto tra libertà umana e volontà divina è stato interpretato in maniera ancora più radicale.
Ma se Dio non c’è? O, meglio, se una persona non crede né nel Dio dei cristiani né in Allah né in qualsiasi altra divinità, a chi appartiene la sua vita?
La nascita, certamente, non ci appartiene. Nessuno di noi ha chiesto di venire al mondo. Nessuno ha potuto scegliere dove nascere, quando nascere, con quale corpo e in quali condizioni. Possibile allora che non ci appartenga neppure la morte?
So bene che esistono esempi straordinari di persone che, dopo incidenti terribili o malattie devastanti, sono riuscite a reinventare la propria esistenza, trovando ragioni per continuare a vivere anche nelle condizioni più difficili. Ma proprio perché esistono queste storie, dobbiamo forse pretendere che siano la regola per tutti?
Sono domande che mi pongo da sempre. Ricordo ancora un film di fantascienza visto quando ero ragazzo, “Rollerball”. Durante un gioco molto violento uno dei protagonisti subiva un gravissimo danno cerebrale. A un certo punto si poneva la questione se fosse giusto interrompere quella vita. La risposta, per quanto ricordo, era qualcosa del tipo: no, perché anche quella, in quelle condizioni, era comunque la sua vita.
Quell’immagine mi è rimasta impressa. Già allora percepivo che dietro quella situazione c’era un problema enorme, al quale era difficile dare una risposta definitiva.
Oggi la questione del fine vita torna continuamente nel dibattito pubblico, tra sentenze, proposte di legge, referendum, convinzioni religiose e principi etici. Ma al di là delle appartenenze politiche, delle religioni e delle ideologie, la domanda per me rimane molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: è giusto che un individuo non possa decidere quando porre fine alla propria esistenza?
Qualcuno potrebbe rispondere: se una persona vuole morire, può suicidarsi. Ma è una risposta che ignora proprio i casi più estremi. Se una persona è paralizzata, se non può muovere il proprio corpo, se non può materialmente compiere quel gesto, che cosa significa riconoscerle una libertà che non può esercitare?
Per morire avrebbe bisogno dell’aiuto di qualcun altro. Ed è qui che tutto si complica, perché la scelta individuale incontra inevitabilmente la coscienza, la responsabilità e anche il dolore di un’altra persona.
Non sto dicendo che il mio collega voglia morire. Non posso saperlo e non sarebbe giusto attribuirgli pensieri che appartengono soltanto a lui. Posso però immaginare quanto sia difficile confrontarsi improvvisamente con una condizione che cambia radicalmente il rapporto con il proprio corpo e con la propria vita.
Ed è stata proprio la sua storia a riportarmi davanti a quella domanda.
Se un giorno una persona, pienamente cosciente e capace di intendere e di volere, dopo aver ricevuto cure, assistenza e ogni possibilità concreta di continuare a vivere dignitosamente, decidesse che quella vita non è più la propria vita, chi avrebbe il diritto di impedirglielo?
Lo Stato? Un medico? Una religione nella quale magari quella persona non crede? La famiglia? La società?
Non ho una risposta capace di risolvere tutti i dilemmi che una questione simile porta con sé. So soltanto che la libertà di scegliere non può essere affrontata con leggerezza, perché una decisione irreversibile richiede coscienza, garanzie e responsabilità.
Ma continuo a tornare alla domanda iniziale: a chi appartiene la morte?
Forse, prima ancora della morte, dovremmo chiederci a chi appartenga la vita.
E se davvero riconosciamo che una persona è titolare della propria esistenza, allora dobbiamo almeno avere il coraggio di domandarci fino a che punto possa esserlo anche della propria fine.