Il kebab come cartina di tornasole sociale

Dopo la mia settimana a Berlino, dove ho scoperto la civiltà del döner kebab e la sua storia, ho rivalutato un prodotto apparentemente semplice, popolare, persino un po’ negletto. Basti pensare alle parole della premier Giorgia Meloni, che ironizzava sul fatto che i “radical chic” mangiano kebab. Una battuta che sembra raccontare poco della realtà italiana.

Nelle ultime settimane ho deciso di esplorare alcuni kebab della mia zona – Gozzano, Verbania, Omegna, Oleggio, Arona – e ho scoperto una cosa semplice ma fondamentale: non tutti i kebab sono uguali. L’offerta è sostanzialmente la stessa, ma la qualità delle carni e degli ingredienti varia molto. E varia, forse ancora di più, la qualità del locale: l’offerta, la pulizia, l’organizzazione del banco, perfino l’odore che ti rimane addosso (in alcuni casi tremendo, in altri quasi impercettibile).

Interessante anche il pubblico. Ci sono kebab che funzionano come pizzerie di quartiere: famiglie sedute a mangiare pizza e kebab insieme, ragazzi, lavoratori. Altri locali hanno una frequentazione più eterogenea: giovani, stranieri, figure curiose, coppie improbabili. È anche un piccolo viaggio nella società reale, quella che si muove sotto la superficie e che a volte inquieta.

Il tema dei prezzi

Per quanto riguarda i prezzi, c’è una relativa standardizzazione. Almeno dove sono andato io. Sui sei euro. In Italia – leggo – un kebab semplice costa mediamente tra i 5 e gli 8 euro. Nelle città più grandi – Milano o Roma – si può arrivare a 7–8 euro per il panino singolo, mentre il menù completo (con patatine e bibita) si colloca spesso tra 8 e 10 euro, a seconda della zona.

In Germania, e in particolare a Berlino, il döner oggi viaggia generalmente intorno ai 7–9 euro, con punte anche superiori nelle aree centrali (ne ho visti a 12 euro). Il divario rispetto all’Italia, che un tempo era marcato, si è ridotto molto. In alcune città italiane il prezzo è ormai comparabile, pur restando leggermente più basso nella media.

L’offerta comprende quasi sempre anche pizze – non sempre memorabili – birra, bevande gassate, acqua e qualche bottiglia di vino, di solito di qualità mediocre. Ed è un peccato. Perché il mondo è pieno di kebab, è pieno di fast food, è pieno di ristorazione popolare. E la ristorazione popolare esiste perché il popolo non ha moltissimi soldi da spendere.

Come alternativa al McDonald’s e alle altre grandi catene globali, il kebab rappresenta una forma di ristorazione accessibile, veloce, trasversale. Non è solo cibo: è un indicatore economico e sociale.

Noi giustamente ci glorifichiamo della cucina italiana, ma spesso confondiamo la qualità con la convivialità. La forza della nostra tradizione non è solo nella materia prima: è nello stare insieme. E questa dimensione conviviale può esistere anche davanti a un kebab.

La battuta sui kebab, allora, suona un po’ amara. Perché per molti il kebab non è una scelta ideologica né modaiola: è ciò che ci si può permettere. Non sempre si mangia kebab per provocazione culturale. Spesso lo si mangia perché il resto costa troppo.

Io continuerò l’esplorazione, sperando di trovare un’offerta di vini coerente con la filosofia del locale e con i suoi prezzi. Esistono infatti moltissimi vini italiani buoni, onesti, territoriali, a un prezzo decisamente popolare. Bottiglie semplici ma ben fatte, che potrebbero accompagnare un kebab senza trasformarlo in un’esperienza forzatamente gourmet. Non servono etichette da ristorante stellato: basterebbe un rosso giovane, un bianco fresco, magari un vino del territorio, proposto con intelligenza e misura. Sarebbe un incontro interessante tra due mondi che oggi si ignorano: la ristorazione popolare e la cultura del vino quotidiano.

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