Il bosco è mio, ma devo anche rastrellarlo?

Sono stato proprietario di un bosco. Un bosco piuttosto scosceso, sulla strada che dal cimitero di Bolzano Novarese porta verso Invorio. Nella parte alta, quella dove ogni tanto qualche cretino decide che il modo migliore per liberarsi dei propri rifiuti sia abbandonarli nel verde.

Poi, nella divisione delle proprietà di famiglia, il bosco è finito a mia sorella. Che ringrazio sinceramente. E in questi giorni, vedendo quello che succede con incendi, siccità e relative discussioni sui social, la ringrazio ancora di più. Perché di quel bosco io non me ne facevo assolutamente nulla. Avrei potuto metterci un cartello con scritto «Vietato l’ingresso». Andare a vedere se nascevano i funghi. Poco altro.

Lo aveva comprato mio padre, quando era ancora una specie di titano capace di fare una quantità di lavori che oggi mi sembrano inconcepibili. Lo aveva preso per fare legna. Mi ricordo che qualche volta gli avevo dato una mano anch’io: si tagliavano gli alberi, poi arrivava il trattore, si caricava tutto, si portava la legna a casa e infine si spaccava.

Mio padre era veramente un uomo d’altra pasta. Io neanche un decimo. Non mi sarei mai messo a fare tutto quel lavoro. Pace.

Il bosco, comunque, è ancora lì. In discesa o in salita, dipende dal punto di vista. Una volta era un castagneto, coltivato quando l’agricoltura rappresentava una delle poche fonti di reddito della zona. Poi è stato abbandonato, come tantissimi altri terreni collinari e montani italiani.

E non dubito che, con la siccità di questi giorni, se qualche idiota decidesse di dare fuoco a delle carte o di buttare qualcosa di acceso, quel bosco potrebbe bruciare con una facilità impressionante.

Fin qui, purtroppo, niente di nuovo. Quello che mi lascia perplesso arriva subito dopo. Perché ogni volta che scoppia un incendio compare inevitabilmente qualcuno sui social a spiegare che «i boschi vanno puliti».

Va bene. Da chi?

Prendiamo proprio il mio ex bosco. Oggi è di mia sorella, ma il problema non cambia. È un terreno che non produce reddito. Non è edificabile. Non è coltivabile. Non lo vuole nessuno. È semplicemente un pezzo di bosco che, per una serie di vicende familiari, appartiene a qualcuno.

Che cosa dovrebbe fare il proprietario? Passare i fine settimana a rastrellare le foglie? Raccogliere i rami caduti? Tagliare il sottobosco? Caricare tutto e portarlo via? E dove? Con quali mezzi? A quale costo?

Perché quando diciamo che «bisogna pulire i boschi» sembra che si tratti di passare una scopa sul marciapiede davanti a casa. Ma un bosco vero può essere ripido, difficile da raggiungere, pieno di alberi e rovi. Mantenerlo richiede tempo, attrezzature, competenze e soldi. E quale interesse economico ha il proprietario a farlo? Nel mio caso, nessuno.

Dietro la parola “privato”, poi, non c’è necessariamente un ricco latifondista. Può esserci semplicemente una persona che si è ritrovata in eredità qualche migliaio di metri quadrati di terreno che non rendono nulla e che magari non riesce nemmeno a vendere.

Eppure, quando si parla di boschi, la soluzione sui social è semplice: “I proprietari devono pulirli”. Con l’immancabile caccia ai “verdi” che impedirebbero di pulire il sottobosco e raccogliere la legna caduta. A noi non è mai arrivata nessuna comunicazione in tal senso. So che per tagliare gli alberi devi chiamare la forestale. Era già così ai tempi di papà: ricordo con chiarezza gli alberi segnati con una X rossa che venivano lasciati. Il resto mi sembrano fantasie pre-elettorali.

Ma soprattutto: pulire con quali soldi? Ecco, appunto. I miei.

Se il bosco è comunale cambia poco: paga il Comune, quindi alla fine paghiamo comunque noi.

Questo non significa che non si debba fare nulla. Al contrario. Si possono realizzare fasce tagliafuoco, sorvegliare maggiormente le zone a rischio nei periodi di siccità, colpire seriamente chi abbandona rifiuti o accende fuochi e aiutare economicamente i proprietari quando la manutenzione è necessaria per la sicurezza collettiva.

E magari occuparsi anche di quella piccola questione chiamata cambiamento climatico, che rende i nostri territori sempre più vulnerabili agli incendi.

Insomma, le soluzioni esistono e vanno discusse. Ma «pulite i boschi» non è una soluzione. È uno slogan.

E gli slogan hanno una caratteristica meravigliosa: costano pochissimo a chi li scrive.

Il conto lo paga qualcun altro.

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