Ieri sera, a cena a casa di Stefano, si discuteva della curiosa attrazione che Psicologia sembra esercitare sulle giovani generazioni. Gli raccontavo quello che avevo osservato durante gli ultimi esami di maturità: diversi ragazzi, provenienti anche da percorsi scolastici apparentemente lontani dalla materia, mi avevano detto di volersi iscrivere a Psicologia.
Stefano, a un certo punto, ha avanzato un’ipotesi: «Non sarà successa agli psicologi la stessa cosa che è successa agli chef quando sono arrivati in televisione?».
La battuta mi è rimasta in testa.
Con gli chef qualcosa del genere è effettivamente accaduto. Una professione rimasta a lungo confinata nelle cucine è diventata improvvisamente visibile. La televisione ha trasformato alcuni cuochi in personaggi pubblici: celebrità, autori, testimonial, imprenditori. E insieme a loro è cambiata l’immagine del mestiere. Il cuoco poteva diventare una star.
Sta accadendo qualcosa di simile con gli psicologi?
Non so se l’ipotesi di Stefano sia vera e non abbiamo elementi per sostenere che l’aumento degli studenti di Psicologia dipenda dalla popolarità degli psicologi sui media. Ma qualche ricerca mostra che un piccolo star system della psicologia esiste già.
Stefania Andreoli è probabilmente uno degli esempi più evidenti: psicoterapeuta, scrittrice, presenza radiofonica e televisiva, è seguita sui social da oltre mezzo milione di persone. Luca Mazzucchelli ha cominciato a divulgare psicologia su YouTube nel 2012 e oggi ha un pubblico di centinaia di migliaia di follower. Intorno ai nomi più conosciuti si è poi sviluppata una galassia di psicologi e psicoterapeuti che parlano quotidianamente in rete di ansia, relazioni, adolescenti, autostima, narcisismo e felicità.
Lo psicologo, insomma, è uscito dallo studio. E, nel mio caso, anche dalle strisce dei Peanuts e dai film di Woody Allen, dove pensavo vivesse; anche se alcune amiche dell’high society milanese me ne parlavano già decine di anni fa.
Forse è proprio questo il punto. Per un ragazzo di vent’anni oggi la psicologia non è più soltanto una disciplina universitaria o qualcosa che si incontra quando si ha bisogno di aiuto, come poteva essere per la mia generazione. Compare continuamente sul telefono: Instagram, TikTok, YouTube, podcast. Gli psicologi scrivono libri, vanno in televisione, tengono conferenze e costruiscono comunità di centinaia di migliaia di persone.
Il paragone con gli chef ha naturalmente dei limiti. Non siamo ancora di fronte alla spettacolarizzazione prodotta dai grandi talent culinari. Ma il meccanismo presenta qualche somiglianza: una professione diventa visibile, acquista volti riconoscibili e comincia a costruire un immaginario.
La domanda allora è: Psicologia sta diventando una professione aspirazionale?
È un’ipotesi, non una conclusione. Ma vale la pena porsela, soprattutto considerando che in circa dieci anni i nuovi iscritti al primo anno della laurea triennale in Scienze e tecniche psicologiche sono praticamente raddoppiati.
Le ragioni sono certamente molte. È cresciuta l’attenzione verso la salute mentale, è diminuito lo stigma nei confronti di chi si rivolge allo psicologo e parole come ansia, disagio, identità e benessere psicologico sono entrate nel linguaggio quotidiano dei giovani. I social non hanno creato tutto questo, ma certamente lo hanno intercettato e amplificato.
Con qualche rischio. La psicologia si presta magnificamente alla comunicazione social: «cinque segnali per capire se…», «come riconoscere un narcisista», «tre comportamenti che rovinano una relazione». Argomenti complessi diventano contenuti di trenta secondi. La buona divulgazione avvicina le persone alla psicologia; quella cattiva rischia di trasformarla in una specie di oroscopo scientifico, nel quale tutti diagnosticano qualcosa a tutti.
Per un ragazzo che deve scegliere l’università rimane però un fatto: la professione oggi si vede.
Questo non significa che un diciannovenne scelga Psicologia perché segue uno psicoterapeuta su Instagram. Significa però che può immaginare molto più facilmente che cosa significhi – o almeno che cosa sembri significare – essere psicologo.
Forse Stefano, durante quella cena, aveva intravisto qualcosa.
Gli psicologi non sono ancora i nuovi chef. Non abbiamo uno psicologo che urla «Fuori!» davanti a un lettino da analista, e probabilmente è meglio così. Ma la trasformazione da professionista a personaggio pubblico è cominciata anche qui.
E quando una professione diventa racconto e presenza quotidiana sui nostri schermi, prima o poi entra anche nell’immaginario di chi sta decidendo che cosa farà da grande.