Ieri sera sono stato a Biella per una cena organizzata in piazza dalla locale Condotta Slow Food. Una serata piacevole, preceduta da una passeggiata nel Mercato della Terra, il mercato contadino, ieri in versione serale, che Slow Food organizza ogni giovedì pomeriggio in piazza Vittorio Veneto. È una bella iniziativa: produttori locali, filiera corta, persone che si incontrano e fanno la spesa con calma, dimostrando come un mercato possa essere anche un luogo di relazioni e non soltanto di commercio. Nato nel 2025, il Mercato della Terra biellese si inserisce nella rete internazionale di Slow Food e ha proprio l’obiettivo di riportare vita nel cuore della città.












Per raggiungere il luogo della cena ho costeggiato il lungo filare di ciliegi giapponesi, i sakura, dei Giardini Zumaglini. Sono alberi diventati, loro malgrado, protagonisti di una vicenda che ha ormai superato i confini del localismo biellese, finendo anche sulle cronache nazionali.
La questione è nota. L’amministrazione comunale sta studiando un progetto di riqualificazione dell’area e di rilancio del centro storico, anche attraverso una diversa organizzazione del mercato cittadino. Tra le ipotesi c’è quella di spostare o riposizionare il filare dei ciliegi per consentire una migliore sistemazione degli spazi destinati ai banchi del mercato e, più in generale, per ridisegnare quell’angolo della città. Il Comune ha precisato che non si parla di abbattimento, ma di un eventuale trasferimento delle piante, accompagnato da nuove piantumazioni e da una sistemazione che dovrebbe garantire condizioni di crescita migliori.
Confesso che, vedendoli da vicino, quei ciliegi mi hanno fatto una certa tristezza. Non mi sono sembrati alberi in salute. Alcuni apparivano deperiti, altri addirittura morti. Tutti davano l’impressione di vivere in uno spazio troppo angusto, con le radici intrappolate sotto l’asfalto e il cemento. Non conosco le valutazioni agronomiche, e non spetta a me formularle, ma l’impressione è stata quella di piante costrette a sopravvivere più che a vivere.
Capisco le ragioni del Comune. Un centro storico con molte serrande abbassate e numerosi locali sfitti ha bisogno di ritrovare vitalità. Un mercato può davvero riportare persone, relazioni e commercio, e in molte città italiane ha rappresentato uno strumento efficace di rigenerazione urbana.
Ma capisco anche le ragioni di chi difende quegli alberi. Forse dovremmo smettere di considerare gli alberi come semplici elementi di arredo urbano, qualcosa da spostare, sostituire o sacrificare in funzione di un progetto. Gli alberi non sono un ostacolo da aggirare né un complemento estetico: sono parte del paesaggio, della memoria e della vita di una comunità. Sono esseri viventi che condividono con noi lo spazio pubblico e contribuiscono al nostro benessere molto più di quanto siamo abituati a riconoscere.
Mi hanno colpito anche i cartelli e i testi affissi dalle persone che protestano contro il loro trasferimento. Non slogan rabbiosi, ma parole poetiche, capaci di ricordare che il rapporto con gli alberi appartiene anche alla nostra dimensione emotiva e culturale.
Per questo mi auguro che questa vicenda trovi una soluzione capace di tenere insieme entrambe le esigenze.
Se davvero quei ciliegi dovranno essere spostati, lo si faccia soltanto per offrire loro condizioni migliori: più terra, più spazio per le radici, più possibilità di crescere. Sarebbe un paradosso difendere gli alberi lasciandoli, però, in un luogo che non permette loro di vivere dignitosamente.
In fondo, la vera domanda non è se i ciliegi debbano restare esattamente dove sono. La domanda è se siamo finalmente pronti a considerare gli alberi non come un incidente urbanistico, ma come parte del patrimonio collettivo, come parti di noi. Un patrimonio vivente, che merita cura, rispetto e, soprattutto, il diritto di mettere radici.