Giornalista: un mestiere che muore (o risorge)
Frequento i corsi di aggiornamento per giornalisti (io pubblicista, tessera numero 59377) sia in Piemonte sia in Lombardia. E devo dire che in Lombardia “non te la raccontano”: sono diretti, concreti, sinceri fino al masochismo.
Per cui, se ad un corso a Milano ti dicono alcune cose, anche brutte, ne esci un po’ provato ma anche con la mente sgombra da vecchie idee e pregiudizi. Se ti dicono che lo stipendio medio di chi è contrattualizzato è di 60mila euro, pensi che è come te l’avevano raccontata: è un mestiere privilegiato e ricco di denaro e successo; ma poi ti dicono che i giornalisti a Collaborazione Coordinata e Continuativa sono sugli 8mila euro reddito. E pensi: come vivono?; infine, se ti dicono che i giornalisti con partita iva sono sulla media dei 15mila euro, ti chiedi se fanno un altro mestiere. Queste due categorie fanno la metà dei giornalisti in essere. Reddito medio delle due facce (quella solare e quella scura), euro 22mila.
Poi ti dicono che la strada della previdenza è in salita: per ogni giornalista in pensione oggi ce ne sono 1,7 in attività. E domani? Non si sa. Esiste ancora la pensione di anzianità, ma fino a quando? E intanto si pensa di innalzare l’età pensionistica a 67 anni. La crisi dell’editoria è evidente, “industriale”: con utilizzo massiccio di ammortizzatori sociali e di licenziamenti. Internet non ha ancora fatto recuperare le perdite e forse non lo farà mai. In futuro chi pagherà le pensioni dei privilegiati che pensano di andare in pensione con un reddito all’altezza dei loro stipendi? I Cococo? Le partite iva? Faccio fatica a pensarlo. E faccio anche fatica a pensare che in futuro il giornalista sarà un privilegiato: sarà solo un lavoratore come tanti altri; chi è già andato in pensione, inoltre, dovrà prepararsi a vedersi decurtata la pensione. Meglio che provveda subito con i soldi, tanti, che riceve a fare qualcosa di integrativo. E la smetta di guardare con la puzza sotto il naso il proletariato giornalistico: un po’ della sua pensione arriverà da loro.
Meglio non fare il giornalista, dunque? No, è un bel mestiere. E il mondo ha bisogno ancor più di giornalisti. In un mondo di false verità, fake news, no news e altre schifezze i giornalisti hanno grande spazio e futura gloria civica (forse meno prebende dal potere, ma soldi dai lettori). Bisogna però usare la rete: blog, social, mojo, smartphone… devono diventare il loro campo d’azione. Un mestiere laico, mi verrebbe da dire: con minore appartenenza politica ed economica. Senza posizioni preordinate, ruoli, schieramenti, contributi pubblici. In piena concorrenza, nel mercato.
Per una volta sono soddisfatto di pagare la mia tessera da giornalista. L’Ordine oggi serve proprio per accompagnare questa trasformazione. E che altro potrebbe servire, in un mondo di giornalisti sempre più impoveriti? Ad alimentare illusioni?
Giornalista: un mestiere che muore (o risorge)
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