Fachiri a Maranzana

L’ultima volta che ho sentito parlare dei loro vini, è stato a casa di un fachiro. Un giovane fachiro mangiaspade, con cui ho fatto colazione, una domenica mattina; con lui, la moglie e una giovanissima figlia (otto anni) già avviata alla professione del padre. Eravamo con Monica, Silvia, Filippo, Lorenzo e Marco nella sala del loro bed and breakfast (locagiuliva.it) e fra un biscotto e un caffé, una storia di vetri ingoiati e di camminate sui carboni ardenti; fra una marmellatina fatta in casa e la narrazione di fuochi accesi e sputati… parlavamo del vino del loro paese, unica gloria locale: il vino di Maranzana. Era una mattina d’inverno d’inizio dicembre, nebbiosa e fredda; resa ancora più surreale dalle nostre chiacchiere. Eravamo a Maranzana dal giorno prima. Su invito dell’omonima Cantina. Unica azienda degna di nota di questo paesello assai romito, nell’alto Monferrato. Vicino ad Acqui Terme.

La visita a quest’azienda dalle grandi vasche di acciaio, era stata preceduta dal pellegrinaggio al piccolo, piccolissimo museo dedicato a Giacomo Bove. Intrepido esploratore ottocentesco. Fu fra coloro che per primi aprirono la via nord ovest fra i ghiacci polari: due anni di navigazione dalla Norvegia all’Alaska, fra ghiacci, iceberg, orsi bianchi e tribù selvagge. Gli adulti un po’ ascoltavano le spiegazioni della presidentessa del locale comitato; i bambini guardavano affascinati le punte di freccia e di lancia, fatte d’osso e avorio (denti di tricheco?), che Bove aveva portato dai suoi viaggi al Polo nord. È una grande gloria locale: famosissimo all’estero e sconosciuto in patria. Un po’ come i vini della Cantina che tanti bevono sotto altre etichette. Famosi barberisti, moscati assai noti ed altro ancora di conosciuto… molte bottiglie che si aprono in luoghi e con provenienze diversi, in realtà partono da quelle stesse cisterne da cui abbiamo attinto noi per molti, piacevoli assaggi.

Soggetto della degustazione era l’annata del 2007. Una buona annata –a dire dei dirigenti della Cantina- tutt’altra cosa rispetto al 2006; buona quanto il 2005, il 2004 e il 2003, di cui però non hanno più nulla: tutto venduto. Molto ci è piaciuto il barbera, sia quello normale sia quello frutto di vigne diradate e assai sacrificate sia per numero di grappoli sia per forma degli stessi (tagliate le punte, si salvano solo le “orecchie”).

La Cantina di Maranzana è stata fondata nel 1959, da un gruppo di viticultori locali. Oggi raccoglie circa 40mila quintali d’uva dai 450 ettari dei soci. Ha sede nel paese “dei sette vini doc e del tartufo bianco”, come annuncia il cartello all’inizio del paese. Produce da uve barbera, cortese, dolcetto, freisa, chardonnay, merlot, cabernet sauvignon, brachetto e moscato. Quattordici le tipologie di vino prodotte, fra doc varie (d’asti, monferrato, piemonte), tagli di vini e barrique. E poi grappa, moscato passito e barbera chinato. Vende anche lo sfuso, sia ai privati sia alle altre cantine. Il sito da cui ricavare ulteriori informazioni è nello stesso stile “understatment” della cantina, essendo una sotto directory di altri: www.immagine.com/CantinaMaranzana, e neppure aggiornata. È più facile andare direttamente in cantina.

La degustazione è poi proseguita nell’agriturismo La canva d’lucan, uno dei due del paese (oltre a loro c’è solo il bar della pro loco). Si apre solo su prenotazione, donando nei giorni di chiusura ulteriore senso di solitudine ad un paese già a ranghi ristretti: “trecento residenti –ci spiegavano- ma di questi molti non abitano qui”. Case grandi, abbarbicate su un cucuzzolo, il castello di mattoni rossi in cima con la chiesa; case contadine con bei cortili e vista sui vigneti, sulle colline, sui boschi, sul verde… abitate quasi tutte da ultrasessantenni; o da giovani di ritorno, come il fachiro del B&B. Nelle vigne “entro il 2010 ci saranno solo i macedoni”, ci ha raccontato Dante –non senza le ansie che l’immigrazione crea anche qui-, patron dell’agriturismo. Rimane il fatto che, complice la fuga verso le industrie del torinese, il pendolarismo con l’acquese… di giovani se ne vedono proprio pochi. Strade vuote, case serrate e poche luci a segnare presenze umane.

Anche noi, al chiuso dell’agriturismo ci siamo concessi una serata gastronomica assai rimarchevole: antipasti freddi con salse agrodolci di produzione casalinga; una bagna cauda leggera e digeribile, con verdure dell’orto (cardo gobbo compreso); tagliolini fatti a mano con salsa di anatra; stinco di maiale al forno con patate; dolce al cioccolato… Tanto vino della Cantina in abbinamento, fra cui un Vezzano, barbera d’asti doc, del 2001, assai piacevole. Ma anche freisa, cabernet, moscato e brachetto… Tanti vini. Tanto vino. Però alla mattina le uniche lame che trafiggevano teste erano quelle di cui parlava il fachiro. Nessun cerchio ed anche la bagna cauda era una lontana eco nel nostro stomaco.

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