Anche quest’anno, come mi accade ormai da alcuni anni, ho svolto il ruolo di presidente di commissione agli esami di maturità. Ho seguito due classi: una del liceo scientifico a indirizzo musicale e una del liceo artistico a indirizzo architettura di Omegna, tranquilla cittadina del nord del Piemonte.
Nel complesso non posso che esprimere un giudizio positivo sui ragazzi che ho incontrato. Erano tutti educati e corretti, anche se, naturalmente, con livelli di preparazione molto diversi. Alcuni si sono presentati all’esame con una preparazione solida, altri con maggiori difficoltà e, in qualche caso, con alle spalle un percorso scolastico piuttosto accidentato.
Per qualcuno ho avuto la sensazione che, più di un’eventuale bocciatura o della ripetizione di un intero anno scolastico, sarebbero stati utili altri sei mesi di scuola: un periodo supplementare per consolidare le conoscenze e raggiungere una preparazione almeno sufficiente e omogenea nelle diverse discipline. I risultati finali hanno rispecchiato queste differenze: diversi voti intorno al 60 o al 62, ma anche risultati eccellenti. Alla fine, comunque, tutti hanno superato l’esame.
Ciò che mi ha lasciato maggiormente perplesso, tuttavia, non riguarda tanto la preparazione scolastica. Nella vita c’è sempre la possibilità di recuperare, approfondire e colmare alcune lacune. Mi ha colpito piuttosto osservare le scelte che molti ragazzi dichiaravano di voler compiere dopo la maturità.
Nonostante provenissero da percorsi piuttosto caratterizzati, come architettura e musica, diversi indicavano Psicologia come futura facoltà universitaria. Almeno nelle dichiarazioni che ho raccolto, sembrava essere una delle destinazioni più gettonate.
Questo fenomeno mi incuriosisce e, in parte, mi preoccupa. Naturalmente la mia è un’osservazione limitata a poche classi, ma Psicologia non è certo una strada semplice: richiede anni di studio, una preparazione impegnativa e conduce verso un mercato professionale piuttosto concorrenziale.
Mi sono chiesto anche quanto i ragazzi fossero consapevoli del tipo di studi che li attende. In alcuni casi avevo riscontrato conoscenze piuttosto fragili in discipline che possono costituire una base importante per affrontare Psicologia: dalla filosofia alla biologia, fino ad alcuni elementi di biochimica. Lacune che naturalmente possono essere recuperate, ma che fanno riflettere su come maturino certe scelte universitarie.
È una domanda che mi pongo anche osservando una realtà completamente diversa, quella della scuola alberghiera nella quale lavoro. Moltissimi studenti conseguono un diploma che li prepara a professioni precise – cuoco, cameriere, addetto al ricevimento – e tuttavia una parte di loro, terminata la scuola, decide di non esercitarle.
Perché accade? Le ragioni sono molte. Il mercato del lavoro non è sempre brillante, le condizioni offerte non sono particolarmente attraenti, gli orari sono impegnativi e le prospettive economiche non sempre danno le soddisfazioni sperate.
Ma c’è probabilmente anche un’altra spiegazione. Non tutti i ragazzi maturano nello stesso momento. È un po’ come accade con la frutta: c’è quella che matura a giugno, quella che arriva a maturazione in agosto e quella che ha bisogno di aspettare settembre o ottobre.
Forse dovremmo ricordarcelo più spesso quando chiediamo a un ragazzo di diciotto o diciannove anni di decidere che cosa farà della propria vita. La maturità scolastica ha una data precisa sul calendario; quella personale, invece, non segue necessariamente lo stesso calendario. E forse la vera domanda non è soltanto se la scuola abbia preparato abbastanza bene i ragazzi, ma quanto sia riuscita ad aiutarli a capire chi sono, che cosa sanno fare e quale strada desiderano davvero intraprendere. Un po’ di psicologia, in fondo, farebbe bene agli studenti.
A proposito: quando ero giovane io, chi non sapeva esattamente che cosa fare si iscriveva a Scienze Politiche. Oggi a Psicologia?
Ho provato a verificare se la mia impressione avesse qualche fondamento e i numeri hanno reso il quadro più complesso di quanto pensassi.
In Italia gli psicologi iscritti all’Albo sono oltre 117 mila e quelli iscritti all’ENPAP, quindi legati alla libera professione, erano più di 87 mila nel 2024, contro circa 68 mila quattro anni prima. Una crescita notevole, che conferma come non si tratti certo di una professione in attesa del ricambio generazionale: l’età media degli iscritti ENPAP è di circa 43 anni.
Anche i numeri universitari spiegano ciò che ho visto agli esami. Gli atenei che propongono corsi di Psicologia sono ormai una cinquantina e i nuovi iscritti alla triennale in Scienze e tecniche psicologiche sono passati da poco più di 10 mila nel 2012-2013 a circa 21 mila dieci anni dopo. In pratica sono raddoppiati.
La mia impressione, dunque, non era del tutto campata in aria: Psicologia esercita una fortissima attrazione sui giovani. Ma sbaglierei a concludere che stiamo formando migliaia di futuri disoccupati.
A un anno dalla laurea magistrale lavora circa il 62 per cento dei laureati in Psicologia, una percentuale non particolarmente elevata. A cinque anni, però, il tasso di occupazione raggiunge il 93,6 per cento. Un dato che mi ha sorpreso e che ridimensiona parecchio le mie perplessità iniziali.
La strada verso il lavoro, semmai, è lunga. La triennale è generalmente solo la prima tappa; dopo la magistrale si aprono diversi percorsi, dalla psicologia clinica a quella del lavoro, dalla neuropsicologia ai servizi sociali e sanitari, dalle risorse umane all’orientamento e alla ricerca. Per diventare psicoterapeuta occorre poi un’ulteriore specializzazione.
È anche una professione nella quale bisogna spesso costruirsi il proprio lavoro: a cinque anni dalla magistrale quasi un occupato su due lavora in proprio. E le retribuzioni non sono straordinarie: si passa da poco più di 1.100 euro netti medi al mese a un anno dalla laurea a circa 1.600 euro dopo cinque anni.
Dunque avevo ragione a preoccuparmi? Sì e no. È vero che gli studenti sono aumentati enormemente e che gli psicologi italiani continuano a crescere. Ma non è altrettanto vero che la professione non offra sbocchi. Il lavoro c’è, almeno stando ai dati, ma arriva spesso dopo un percorso lungo e richiede specializzazione, intraprendenza e capacità di costruirsi una posizione.
Resta allora la domanda dalla quale ero partito guardando quei ragazzi davanti alla commissione: perché proprio Psicologia?
Forse alcuni hanno una vocazione autentica e già ben definita. Altri la scopriranno strada facendo e qualcuno cambierà idea. Ma forse Psicologia, a diciannove anni, è anche una parola capace di contenere molte cose: l’interesse per gli altri, il desiderio di capire se stessi, la curiosità per la mente umana e magari anche una certa indecisione su quale mestiere fare da grandi.
Ai miei tempi, quando non sapevamo bene che cosa scegliere, ci iscrivevamo a Scienze Politiche. Forse oggi ci si iscrive a Psicologia. Con una differenza, però: i numeri dicono che, per molti di quei ragazzi, da quella scelta un mestiere alla fine nasce davvero.