Burqa, scuola e libertà: il problema non è il tessuto

Come ogni vigilia elettorale che si rispetti, ricompare il dibattito sul burqa o sul velo nelle scuole. È uno di quei temi perfetti per la propaganda: suscita emozioni, divide l’opinione pubblica e permette di evitare discussioni molto più noiose, ma decisamente più importanti.

Il punto è che la questione è infinitamente più complessa di come viene raccontata. Non riguarda un pezzo di stoffa, bensì il rapporto tra religione e spazio pubblico, tra libertà individuale e appartenenza culturale, tra diritti dei minori e autorità della famiglia.

La politica italiana, però, ama ridurre tutto alla solita contrapposizione: la destra contro il velo, la sinistra a favore. È una rappresentazione caricaturale. Se prendessimo sul serio la tradizione della sinistra laica e anticlericale, dovremmo aspettarci una critica severa verso qualsiasi simbolo religioso imposto, cristiano, islamico o di qualsiasi altra confessione. La libertà individuale non dovrebbe conoscere eccezioni.

La mia esperienza di insegnante, peraltro, racconta una realtà molto meno drammatica di quella evocata nei talk show. Solo quest’anno ho una studentessa che porta il velo. Ho avuto ed ho invece molti studenti musulmani fra cui diverse studentesse musulmane che non lo indossavano né lo indossano. Scelte. Nella vita della scuola il problema, nella scuola che vedo io (del Nord, provincia benestante, tranquilla…) semplicemente il problema non esiste.

Esiste invece una questione che raramente viene affrontata anche in periferia. È giusto che un minorenne sia obbligato a manifestare pubblicamente l’appartenenza religiosa della propria famiglia? Se il velo è una scelta personale, nessuno dovrebbe impedirlo. Ma se è un’imposizione, il problema non è il velo: è l’assenza di scelta.

La Francia, coerentemente con la propria tradizione laica, ha deciso di vietare nelle scuole pubbliche i simboli religiosi vistosi. Si può condividere oppure no, ma almeno il dibattito è impostato su un principio generale, non contro una sola religione.

Se poi vogliamo essere davvero coerenti, il ragionamento dovrebbe estendersi ben oltre l’islam. Per quale motivo il battesimo dovrebbe essere amministrato a persone incapaci di esprimere un consenso? Perché la circoncisione religiosa dovrebbe essere praticata su bambini e non su adulti consenzienti? Se il principio è l’autodeterminazione, esso dovrebbe valere sempre, non soltanto quando riguarda la religione degli altri.

Naturalmente questa conclusione disturba tanto i cattolici quanto gli ebrei e i musulmani. Ma la logica ha un difetto: non conosce favoritismi. Se un principio è valido, deve esserlo universalmente. Altrimenti non è un principio, ma un pregiudizio travestito da ragionamento.

Forse il vero dibattito non dovrebbe essere se una ragazza possa entrare a scuola con il velo. Dovremmo chiederci, piuttosto, quando una persona possa dirsi davvero libera di scegliere se indossarlo oppure no.

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