Bemberg

Mi ha impressionato rivedere la Bemberg, la grande fabbrica dei miei padri (del mio naturale, ma anche quella dei vicini, degli amici di famiglia). Quando ero piccolo suonava quattro volte al giorno, si palesava in regali natalizi, entrava nelle discussioni, sollevava animi e muoveva passioni. Una fabbrica di filati con centinaia di dipendenti che ha chiuso anni fa e da allora giace in rovina: comprata e svuotata. Rimane lì in attesa, dopo che è stata spolpata come una balena spiaggiata. Il grande Dopolavoro abbandonato è stato da alcune settimane riaperto grazie agli investimenti di una società cinese. Sono andato a vederlo. L’impressione che ne ho ricavato è oscillante. Il locale è stato restituito alla collettività quasi del tutto integro. E ciò è bello. Sono anche riusciti a salvare due affreschi originali. Molto bello anche questo. Ma l’arredo è assolutamente contract, decisamente seriale e un po’ cozza con l’originalità del locale. Non so, ma io avrei lavorato su arredi d’epoca, anche di modernariato. Un filo conduttore, un valore aggiunto, un’attrattiva turistica. Ma in ogni caso, che sia aperto, che un pezzo della grande fabbrica sia tornata a pulsare è cosa bella. Anche se per me sarà difficile camminare in mezzo alle ombre e ai fantasmi del passato.

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