Amaro, tanto amaro…

Amaro, tanto amaro… Queste sembrano essere le tendenze delle modaiole birre artigianali che si sono date appuntamento a Milano, a fine marzo scorso, per il terzo Salone della Birra Artigianale e di Qualità. Un buon osservatorio per capire le tendenze in atto di un comparto che sta conoscendo un impensabile (fino a qualche anno fa) sviluppo. Non abbiamo dati certi, ma il movimento che avevamo visto a Pianeta Birra, Rimini, poche settimane prima ci aveva convinto che in Italia cresce il consumo di birre, soprattutto quelle fuori dell’ordinario; che nascono birre un po’ ovunque nei tanti mini birrifici italiani, luoghi che possono essere sia di mescita sia solo di produzione; che esistono poi associazioni di degustatori, corsi di degustazione, che rubriche sulla birra hanno fatto capolino sui giornali anche non di settore. Aveva avuto una certa eco, nei mesi scorsi, l’11esima edizione de “Gli italiani e la birra”, indagine sui consumi condotta ogni anno, per conto di AssoBirra, dalla società di ricerche Makno: si leggeva infatti che il consumo pro capite di birra era cresciuto del 3%, rispetto al 2006, dopo anni di stagnazione, e che, per la prima volta, si segnalava il sorpasso del consumo di birra rispetto al vino. Anche se solo nel consumo fuori casa dei giorni feriali. Cioè che, se si è fuori per lavoro, si preferisce bere birra. Non foss’altro –aggiungiamo noi- per il minor tenore di alcol. Dunque, le nostre impressioni sembrano essere supportate dai dati. Nonché sembrano essere state confermate dalla visita al Salone milanese. E dalla conoscenza diretta del fatto che qualcuno comincia a proporre nei bar e nei ristoranti una breve lista di birre. Magari da abbinare al cibo e da usare in cucina. I visitatori di Milano, alla fine, sono stati circa 70mila, con un pubblico che si divideva fra giovani, giovanisimi, ex giovani; fra modaioli firmati, neo grunge, aspiranti alcolisti (con magliette che nulla lasciavano alla fantasia sul bere, il bere tanto, il bere troppo)… tutti comunque accomunati dal voler assaggiare, confrontare, inebriarsi con una bevanda che qui sorprendeva ma che in molti locali sembra essere sempre uguale a sé stessa: “bionda”, leggermente frizzante, amarognola e poco corposa. Modello “pilsner” per intenderci. Se, invece, si passava fra gli stand milanesi, si poteva assaggiare qualcosa di assai diverso. Se l’anno scorso erano state le birre aromatizzate con le castagne, una vera e propria nota caratteristica dei birrifici artigianali italiani, quest’anno è stato l’amaro l’elemento preponderante. Molto alcoliche e molto amare, infatti, le birre che abbiamo assaggiato, come la American pale Ale del birrificio trevigiano La Gastalda; o la Marruca del birrificio Amiata, uno dei più interessanti del settore, molto attento all’utilizzo di prodotti del territorio: una birra speciale al miele di marruche… e così via, fino ad arrivare alle piacevoli note amarognole della birra prodotta dal birrificio siciliano Paul – Bricius & Company, Vittoria. Dunque, dove la produzione industriale abbandona: birre con personalità, prodotti assai diversificati, note di amaro accentuate, aromatizzazioni eccentriche, grande struttura alcolica… lì arriva la produzione artigianale. Nella classifica stilata da “un team di esperti” del Salone, infatti, si evidenzia ancor più questa scelta. Nella “top ten” delle birre assaggiate al Salone c’erano la Mahogany del Birrificio Doppio Malto (Erba): una birra scura, stile “indian pale ale” (Ipa), con cinque luppolazioni e più di cinque gradi alcolici. Bella amara; seconda la BackDoorBitter del Birrificio Orso Verde (Busto Arsizio). Una birra ad alta fermentazione, “amara con spuma caratteristica”. Una “Classica “real ale” di stile inglese; terza classificata la BockstaeleDirk del Burrificio Menaresta di Carate Brianza: una birra ambrata prodotta con farina di carruba, in bocca ha “un amaro elegante e una giusta ed equilibrata morbidezza”. Alcol ed amaro, anche nelle birre artigianali straniere vincitrici: la O’hara Celtic Stout della Carlow Brewing Company; la Val Dieu Grand Cru della Brasserie de l’Abbaye du Val-Dieu. Alcuni dei birrifici italiani premiati al Salone, già sfoggiavano il premio Birra dell’Anno 2007”. Premio attribuito alle “birre artigianali (produzione entro i diecimila ettolitri) realizzate in Italia, commercialmente reperibili e non pastorizzate”. Nomi come il Birrificio Italiano di Lurago Marinane, il Villapola di Barcon di Vedelago, il Yo Quieto Mas di Resiutta, il Mostodolce di Prato, il Birrificio del Ducato di Busseto, il Lambrate di Milano, il Bruton di di San Cassiano di Lucca… Leggiamo altri dati (fonte AssoBirra): “nel 2006 ha consumato birra il 68,9% degli italiani, di cui il 34,8% in maniera sporadica, a fronte del 66,2% dello scorso anno. L’allargamento del cerchio degli estimatori ha portato ad un incremento del 3% dei consumi, portando la quota pro capite a 30,3 litri all’anno.

Nei pasti fuori casa dei giorni feriali l’indagine rivela che il 19,8% dei consumi sono attribuibili alla birra e il 18,8% al vino. Un dato sorprendente, dovuto sia a un calo del vino (25,2% nel 2006) che a una crescita del 4% della birra. Nel weekend invece le parti si invertono ma i trend di consumo rimangono gli stessi: vino al 43,6%, ma in calo di 3 punti percentuali, birra al 38,9% (+ 1,5%).

Stabile, infine, il dato sui consumi di birra nei pasti a casa (4,4%), mentre è in leggera salita (13,1%) rispetto al 2006 il consumo fuori dai pasti”. I dati sono aridi, ma una visita ad un qualsiasi salone od evento dedicato alla birra artigianale regala a tutti la stessa impressione: l’interesse per la birra artigianale di qualità cresce, si consolida… e si tratta di prodotti assai costosi, oltre i cinque euro al litro. Questo spiega anche l’apparente paradosso di birrifici artigianali, come il trevigiano 32 Via dei Birrai, che nascono e prosperano in zone nettamente produttrici di vino: la birra artigianale può essere buona, sorprendere. E poi è di moda ed è venduta al prezzo di un buon vino.
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One thought on “Amaro, tanto amaro…

  1. ricordiamoci comunque che il risotto troppo amaro ” non premia”.

    Vedrai che la prossima volta sarai più performante

    Mauro

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