L’ennesima bufala polemica fra alcune partiti politici e la UE si gioca sull’aceto balsamico igt: da una parte, infatti, la Slovenia (altro Paese destrorso, per capirci) che chiede che tale indicazione di qualità sia declassata a processo produttivo. E non ha tutti i torti. E noi, ovviamente, contrari. Ma in ballo non c’è il furto di chissà quale patrimonio immateriale, ma di una procedura che l’industria ha “rubato” alla tradizione di un luogo. In Emilia, infatti, da secoli si produce un aceto balsamico (oggi tutelato dalla dop) che vede l’uso di mosti tradizionali, madri batteriche secolari, batterie di botti di varie misure e legni diversi, locali caldi ed areati… impegno che produce aceti di venti, trenta… cent’anni!
Molti meno anni fa, l’industria acetiera si mise a produrre un “aceto balsamico” con uso di caramello, zuccheri e mosti concentrati… che imitava il tradizionale. Poi, per pudicizia, aceti improponibili, diffusa protesta e per tutela di legittimi interessi, si è creata la igp che prevede una produzione industriale ma di qualità, concentrata però in alcune aree. Tradizione? Forse, in parte, non so… Lo facciamo solo qui! Insomma. O meglio, un “aceto balsamico” si può fare ovunque, ma non chiamarlo così. Un po’ come lo champagne. O come il prosecco. Ah, guarda caso, l’Italia ha in ballo questioni sia con la Slovenia sia con la Croazia sul nome “prosekar” che i veneti non vorrebbero usassero più, anche se indica vini diversi: dolce in Croazia e rifermentato in bottiglia in Slovenia. Già ai tempi, si è sacrificato il tokai o tocai per avere il prosecco docg. Ora è il turno di nuovi dibattiti. Ma se non ci fossero che sarebbe? Il caos e la guerra commerciale di tutti contro tutti. Il sogno americano che se ne frega della tradizione e che vinca il migliore. Magari un economico aceto balsamico bulgaro o un prosecco moldavo? Ah ahaha
