Abito vicino alla Svizzera da più di cinquant’anni, eppure in Svizzera ci sono stato forse dieci, dodici, quattordici volte. Una contraddizione evidente: sono andato più spesso a Milano, a Torino, a Roma – molto più lontane – che oltre confine.
Perché non vado in Svizzera? Le ragioni sono molte. La prima è banale ma concreta: costa cara. Non si va volentieri a pagare tre o quattro euro un caffè, cinquanta euro una pizza. Ogni tanto però ci sono andato, soprattutto per musei, che sono bellissimi e, tutto sommato, nemmeno così costosi.
Ma il rapporto con la Svizzera, per noi italiani del Nord, non è solo economico. È un rapporto di simpatia e antipatia insieme. Non direi odio-amore, sarebbe eccessivo. La Svizzera rappresenta spesso ciò che noi vorremmo essere e non siamo ancora – e forse non saremo mai: un’identità sociale forte, un’identità collettiva capace di autoregolarsi.
Siamo sempre pronti a dire che gli svizzeri, quando vengono in Italia, non rispettano le regole. In parte è vero, a volte succede. Ma quando sono a casa loro, in Svizzera, rispettano i limiti di velocità senza bisogno di polizia a ogni angolo, rispettano la proprietà altrui, quella privata e quella pubblica. In una parola: rispettano ciò che è di tutti.
Da noi, invece, c’è sempre qualcuno che butta i rifiuti per strada, che vandalizza muri e beni comuni. E l’esempio che più ci ferisce, quello che ci mette davanti alla nostra inefficienza e alla nostra inettitudine, è quello che io chiamo la “bottega automatica” del Sempione. Non l’ho mai vista di persona, ma me l’hanno raccontata tante volte: una signora con un pollaio, uno sgabuzzino dove mette le uova, una cassetta per i soldi. Prendi sei uova, lasci (chennesò) un franco. Nessuno ruba le uova, nessuno ruba la cassetta, nessuno vandalizza la struttura. In Svizzera ce ne sono tante di botteghe così. E ogni volta che ne senti parlare, un po’ stai male.
Per questo quello che è successo a Crans-Montana ha per me un sapore agrodolce. È amarissimo per la tragedia in sé, per quello che è accaduto. Ma c’è anche un retrogusto amaro-dolce nel vedere che anche la Svizzera sembra contagiata, almeno in parte, da quella esaltazione del guadagno individuale che finisce per mettere in secondo piano il benessere collettivo.
Certo, il fatto che il locale fosse gestito da una coppia di imprenditori di origine francese, corsi – quindi “un po’ italiani” – evoca ma non spiega nulla. Perché in Svizzera le norme e le leggi esistono, eccome. E allora la domanda resta: chi non ha controllato? Chi non ha verificato? Chi non ha pensato? Chi è stato poco “svizzero”?
Oggi, però, la Svizzera non la sento più come quel lontano cugino emigrato in America che ha avuto successo e ti fa sentire una nullità. La sento più come un fratello, una sorella. Affratellata con noi italiani del Nord – e forse anche del Sud – nella consapevolezza che dobbiamo sempre cercare di migliorarci, che il rispetto delle leggi passa prima di tutto dalle nostre scelte consapevoli.
Scrivo questo abbracciando idealmente la Svizzera. E promettendo a me stesso che proverò ad andarci più spesso.
Ciao
ottima analisi