Una Giappocarbonara

Certe letture non si raccontano facilmente. Non perché siano complesse, ma perché sfuggono. La bottega del tempo ritrovato di Toshikazu Kawaguchi appartiene proprio a questa categoria: un libro fatto più di atmosfera che di trama, più di sensazioni che di eventi. È una raccolta di storie brevi, legate tra loro da un filo sottile e da un luogo comune: una sorta di bottega-caffetteria giapponese dove il tempo sembra sospendersi. I personaggi si alternano – alcuni restano, altri passano – portando con sé piccoli nodi emotivi, rimpianti, decisioni mai prese. Eppure, più che ciò che accade, conta come viene raccontato.

La rarefazione dei sentimenti

Il tratto distintivo del romanzo è un’atmosfera rarefatta, quasi impalpabile. I sentimenti non esplodono mai: si insinuano, si accennano, restano tra le righe. È uno stile profondamente giapponese, fatto di silenzi, di pause, di cose non dette. Non sempre è immediato entrarci. Anzi, a tratti può risultare distante. Alcuni racconti, però, si avvicinano di più alla sensibilità occidentale: più diretti, più leggibili, più “nostri”. E forse sono proprio quelli che arrivano con maggiore forza. Nel complesso, una lettura particolare: non per tutti, ma capace di lasciare qualcosa. Un quasi buono, verrebbe da dire.

Una tavola calda, non un ristorante

Il cibo attraversa tutto il libro, ma senza mai diventare protagonista tecnico. Non è una cucina da chef, né descrizione gastronomica raffinata. È piuttosto cibo quotidiano, semplice, da tavola calda. Piatti che scaldano, che accompagnano, che fanno da sfondo alle conversazioni e ai ricordi. E poi, a un certo punto, arriva lei.

La carbonara che non ti aspetti

Tra tutti i piatti citati, compare un’unica incursione italiana: una carbonara. Ma non una carbonara standard però, un poco meno attuale. È descritta come: “una pasta cremosa con uova, formaggio, pancetta e pepe nero”. E qui, inevitabilmente, scatta qualcosa. Il lettore italiano si ferma. Rilegge. Sospira. Cremosa? Pancetta? Formaggio generico? Apriti cielo. I puristi inorridiranno e non senza motivo. La carbonara, per definizione, è un campo minato identitario: guanciale, pecorino, niente panna. Regole non scritte, ma sacre. Ahahahhahahaha! Eppure, nel contesto del romanzo, quella descrizione non è un errore. È qualcosa di diverso. Ed anche buono, direi. E’ come la farei io: un po’ di panna per fare la crema e pancetta che si trova ovunque.

Un libro che passa di mano in mano

Come spesso accade con certi libri, il valore non sta solo nella lettura, ma nel percorso. Trovato in un bookcrossing, lo lascerò in un altro. Un oggetto che si sposta, delicato. Un po’ come le storie che racconta. Non è un libro da capire fino in fondo. È un libro da attraversare, lasciando che qualcosa — anche solo una sfumatura resti. E magari, tra una storia e l’altra, anche una carbonara sbagliata può dire più di quanto sembri.

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