Quando ero ragazzo, mio padre – veneto d’origine – parlava di prosecco e di cartizze come qualcosa di piccolo, quasi intimo, prezioso: un’area delimitata, precisa. Era il nome dell’uva e del vino, senza troppe sovrastrutture. Poi, negli anni più recenti, è arrivata una narrazione diversa: si è detto che il nome “prosecco” deriverebbe da un paese vicino a Trieste – dove peraltro non si faceva vino – mentre l’uva avrebbe sempre avuto un altro nome, glera. Una ricostruzione che, almeno per chi è cresciuto con un’altra idea, suona come una riscrittura a posteriori.
Per questo, personalmente, faccio fatica a considerare il prosecco come un dato immutabile, sedimentato da secoli. Mi sembra piuttosto un processo in formazione, una costruzione che si è consolidata nel tempo – anche grazie a scelte politiche, istituzionali e commerciali – più che un’eredità lineare e incontestabile.
C’è poi un altro elemento che raramente entra nel dibattito pubblico. I veneti sono emigrati ovunque: in Brasile, in Australia, in Argentina. E insieme a loro sono partite anche le pratiche agricole, i saperi, le abitudini. Non è un mistero che in molti di questi luoghi si sia iniziato a produrre vino “prosecco” ben prima che il nome diventasse oggetto di una tutela così rigida.
E allora la domanda diventa inevitabile: che cos’è davvero questo vino? È il territorio a definirlo? Forse. Ma il Veneto è davvero un blocco omogeneo? È la tradizione? Probabile. Ma i veneti all’estero non fanno parte, in qualche modo, di quella stessa tradizione? Sono dubbi legittimi, che rendono la questione meno netta di come spesso viene raccontata.
È dentro questa complessità che va letto anche il recente accordo tra Unione Europea e Australia, che ha sollevato tante polemiche in Italia, soprattutto per la questione dei nomi dei prodotti. Il punto più discusso è proprio il fatto che alcuni termini – tra cui “prosecco” – continueranno a essere utilizzati in Australia, seppur con limiti e restrizioni.
Molti lo vedono come una resa. Ma è davvero così semplice? Va ricordato un fatto essenziale: nell’Unione Europea non esiste un potere calato dall’alto. Le decisioni sono il risultato di negoziati tra governi, parlamenti, rappresentanti eletti. Gli italiani ci sono, partecipano, votano, trattano. Questo accordo non è arrivato all’improvviso: era noto, discusso, valutato.
E allora, forse, più che un tradimento, è un compromesso. Non perfetto, certo. Ma probabilmente il migliore possibile nelle condizioni date. Perché il problema, in fondo, è più grande di questo singolo accordo. È globale. È storico. È legato al fatto che alcuni nomi, nel tempo, hanno superato i confini e sono diventati – nel bene o nel male – patrimonio diffuso, difficile da ricondurre a un’unica origine senza attriti.
Il prosecco, in questo senso, è un simbolo perfetto: un vino che nasce da un territorio, ma che si è trasformato in qualcosa di più ampio, di più mobile, di più ambiguo ma importante per volumi venduti.
Il “prosecco” nell’Accordo è in buona compagnia: il punto più controverso infatti riguarda le indicazioni geografiche (DOP/IGP), cioè nomi legati a territori specifici (come “Prosecco” o “Parmigiano”). Cosa è stato deciso? Molti prodotti europei saranno protetti (oltre 160 alimentari e 200 bevande). Ma per alcuni nomi “sensibili” si è arrivati a compromessi. Ecco i casi più scabrosi: “Prosecco”, entro dieci anni gli australiani non potranno più esportare vini con questo nome. Ma in casa sì; “Feta”: i produttori australiani possono continuare a usare il nome “feta”. Ma solo se lo usavano già da tempo (almeno 5 anni continuativi), ma devono indicare chiaramente l’origine (Australia) e rispettare regole più precise di etichettatura; “Gruyère”: i produttori australiani possono continuare a usare il nome “gruyere”. Ma solo se lo utilizzavano già da tempo (diritti acquisiti). L’uso è comunque: più regolato e soggetto a limiti e condizioni più stringenti; “Parmesan” Nell’accordo: il “Parmigiano Reggiano” resta protetto, ma “Parmesan” può continuare a essere usato in Australia. Ed è un problema di Italian sounding.