Quadri di un’Esposizione Cinque (e basta)

L’ultimo quadro su cui mi sono soffermato – o meglio, su cui ho continuato a pensare anche dopo – è arrivato quasi di straforo. Subito dopo ho dovuto correre dietro ai ragazzi, attraversare altre sale velocemente, guardare altre opere senza davvero vederle. Ma questo dipinto è rimasto lì, a lavorarmi dentro con calma.

È un quadro di Luca Giordano, datato intorno al 1660. Si intitola Venere, Marte e la forgia di Vulcano. Di tutto il resto – contesto, committenza, interpretazioni corrette – non so praticamente nulla. So solo quello che ho visto.

Vedo Venere. Nuda. Un corpo bello, pieno, robusto nel senso migliore del termine: carnoso, vivo, decisamente piacevole. È distesa su una specie di letto di gusto romano, protetta da una tenda rossa che già da sola dice moltissimo. Dietro di lei c’è una figura ambigua: non si capisce bene se sia un uomo o una donna. Il braccio è piuttosto nerboruto, ma potrebbe essere anche una donna “alla romana”, forte, concreta. Anche perché i putti che affollano la scena sono belli cicciottelli, solidi, molto terreni. Questa figura fa un gesto chiarissimo: un dito davanti alla bocca. Silenzio. Cosa si trama?

Al di là della tenda rossa — come se fosse un altro mondo — c’è Vulcano. È al lavoro nella sua forgia, insieme ai suoi aiutanti. Fuoco, metallo, fatica, rumore. Il laboratorio brucia e pulsa l’attività .

Onestamente, Marte io non lo vedo subito. Poi penso che forse è proprio quella figura che invita al silenzio. Non una serva, ma lui. Marte. L’amante. Il complice. Ma potrei sbagliarmi completamente.

Il quadro è chiaramente carico di simboli. Simboli che io non so leggere.

E allora, senza troppe mediazioni, mi resta un’impressione più semplice, forse banalissima: questo è uno di quei quadri che si regalavano alle giovani coppie. Nudità legittimata dal mito. Carne resa accettabile grazie agli dèi. Un modo elegante – e colto – per alludere a ciò che davvero conta per i giovani sposi: il desiderio, la continuità, la propagazione. Un incoraggiamento, diciamo così. Un augurio pittorico. In fondo, anche noi facciamo qualcosa di simile, solo in altri modi e con meno tende rosse.

Questo è stato l’ultimo quadro su cui mi sono fermato davvero, in questa curiosa ed enigmatica carrellata vissuta inseguendo ragazzi distratti nelle sale del museo. Poi il rumore, la fretta, l’uscita.

I quadri sono rimasti lì. Io me li sono portati via, dentro.

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