La Dormiente

Ogni volta che torno a Valletta (e sono sei volte) mi fermo affascinato davanti alla Dormiente custodita al Museo Nazionale di Archeologia, e non sono il solo ad esserlo.  E’ infatti un oblò, un pozzo, un  buco che ci collega al passato e che ci parla con una lingua che non comprendiamo appieno. La figura femminile è distesa, il braccio ripiegato sotto la testa, il corpo che sembra abbandonarsi a un sonno, forse eterno? Questa statuetta, scoperta nel Ħal Saflieni Hypogeum e datata all’incirca al 3300 a.C., non è una “Venere” nel senso convenzionale del termine, ma un simbolo piccolo ma potente, sospeso tra vita, morte e rinascita.

Questa figura chiamata the Sleeping Lady o “Dormiente” ha qualcosa di profondamente umano: è una donna nell’atto naturale del riposo – nuda però dalla vita in su, dalla postura tranquilla – eppure porta con sé un peso simbolico che sfida le nostre categorie. La sua origine nel contesto funerario dell’ipogeo ha suggerito agli studiosi interpretazioni che vanno dalla personificazione della morte alla rappresentazione di una madre-dea che continua a generare nel ciclo eterno dell’esistenza.

Malta è spesso ricordata per i suoi templi megalitici, rivela infatti una ricchezza paleolitica e neolitica sorprendente. Siti come Għar Dalam hanno rivelato i resti delle prime presenze umane sull’isola e di animali ormai estinti, consegnandoci un orizzonte di contatti, trasformazioni e simboli che travalicano la dimensione isolana. Mai isolata.

La Dormiente di Malta, più che una semplice statuetta, è un invito a rivedere come pensiamo alla figura femminile nelle preistoria: non come un oggetto di bellezza idealizzata, né come un semplice simbolo della fertilità, ma come presenza incarnata di passaggi simbolici – tra morte e vita, tra sonno e veglia, tra memoria e oblio.

Estendendo lo sguardo oltre l’arcipelago maltese, incontriamo un’intera costellazione di figure femminili nell’arte paleolitica europea. Dalle famose statuette come la Willendorf, con il corpo interamente scandito dalla materia, alle raffigurazioni in avorio di Lespugue e alle ceramiche di Dolní Věstonice. Queste figure condividono la scelta di enfatizzare seni, ventre e fianchi in modi che non appartengono a un singolo luogo, ma a un linguaggio diffuso nell’Europa paleolitica. Un circuito di idee a cui non era estranea l’Isola. Queste statuette non sono ritratti individuali: sono segni di poetica interpretazione del corpo femminile come luogo di trasformazione simbolica e sociale.

Quello che unisce per me queste “vergini” paleolitiche ai massi coppellati che frequento spesso – come quelli del Monte Zuoli a Omegna – è proprio la sorpresa che suscitano: non sono immagini immediatamente decifrabili, non parlano alla logica quotidiana, ma piuttosto provocano uno stupore profondo, qualcosa di simile a un senso di incontro con il tempo passato. Con noi stessi. E forse oltre.In entrambi i casi – le figurine femminili e le incisioni rupestri – si ha a che fare con segni che non cercano di “rappresentare” il mondo come lo conosciamo, ma piuttosto di iscriverlo in un’altra dimensione del sentire e dell’interpretare. Tornare a osservare queste tracce, sia a Malta sia sulle rocce di Omegna, è un’esperienza che ti cattura e ti plasma, invitandoti non a capire, ma a sentire e restare con il mistero.

Visite: 155

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *