Venerdì mattina, alle 9:20, ho partecipato per la prima volta a un corteo del Primo Maggio, sfilando sotto i colori verde e bianco della CISL Scuola, di cui faccio parte.
È stata un’esperienza interessante, anche se per certi versi curiosa per la presenza di bandiere e striscioni piuttosto eterogenei — tra cui anche simboli difficili da collocare, come una bandiera anarchica — il clima generale è stato tranquillo. Devo ammettere che alcuni elementi mi hanno lasciata un po’ perplesso, ma nel complesso non ho incontrato persone sgradevoli né assistito a scontri o discussioni accese: si è semplicemente sfilato.
A Verbania eravamo circa duecento persone. Il corteo si è poi spostato sul lungolago, dove si sono tenuti diversi interventi, alcuni anche molto appassionati. Tra questi, mi ha colpito in particolare quello di un ragazzo giovane, lucido e diretto, che per vivere fa il rider. Ha raccontato con chiarezza le forme di sfruttamento presenti nel suo settore, una sorta di schiavismo moderno che, purtroppo, si sta diffondendo anche in molti altri ambiti lavorativi.
È stata, nel complesso, una bella giornata. Ma soprattutto un momento di riflessione.
Credo che si dovrebbe smettere di affrontare il Primo Maggio con superficialità o con atteggiamenti negativi. Questa giornata dovrebbe rappresentare un’occasione reale di presa di coscienza per i lavoratori. La realtà, però, è spesso diversa: molte delle persone che conosco vivono situazioni di forte precarietà. Chi perde il lavoro a cinquant’anni, ad esempio, fatica enormemente a reinventarsi e rischia di rimanere ai margini della società.
Eppure, sono spesso le stesse persone che dichiarano diffidenza o ostilità verso i sindacati o verso certe posizioni politiche. Va detto chiaramente: si può essere a favore dei diritti dei lavoratori senza necessariamente identificarsi con una parte politica. Tuttavia, resta fondamentale una consapevolezza: esiste una forte disparità tra pochi che detengono molto — ricchezza e potere — e molti che hanno poco, ma che talvolta si illudono del contrario. Questa illusione è alimentata da piccoli simboli di benessere — un viaggio low cost, un consumo occasionale — che danno l’impressione di una condizione che, in realtà, non corrisponde a un vero potere economico o sociale. Forse è proprio per evitare di restare isolati e vulnerabili che diventano importanti momenti come il Primo Maggio: occasioni per ritrovarsi, per riconoscersi, e anche per dire “così non va”.
Per questo credo che partecipare a un corteo abbia ancora senso. Ma è altrettanto importante mantenere uno sguardo critico e consapevole. Dispiace, invece, vedere il livello di certi commenti sui social, spesso ridotti a slogan vuoti o a frasi fatte. Espressioni come “zecche rosse” — usate da figure politiche come Matteo Salvini — non solo semplificano in modo grossolano la realtà, ma contribuiscono ad alimentare divisioni sterili. Non mi riconosco in queste etichette. Non sono “rosso” né appartengo a stereotipi di alcun tipo. Eppure ho partecipato al corteo. E non solo io.
Allo stesso modo, polemizzare sull’assenza di bandiere italiane risulta poco significativo: il Primo Maggio è una giornata dedicata al lavoro, non all’identità nazionale. Confondere i piani significa non cogliere il senso profondo di questa ricorrenza. Il paradosso è che spesso proprio chi critica i sindacati è poi il primo a rivolgersi a loro quando si trova in difficoltà. Nella vita reale, al di là delle parole, si cercano tutele e soluzioni.
Forse, allora, il punto è proprio questo: smettere di “seguire l’onda” e iniziare a pensare davvero con la propria testa.