Appunti personali tra ricordi, polenta concia e silenzi che nutrono
La prima volta che sono salito al Santuario di Oropa ero lì per lavoro. Giornalista, visita guidata, tempi scanditi, gruppo compatto. Ricordo perfettamente il pranzo d’ordinanza, abbondante come si usa negli educational, all’Hotel Ristorante Croce Bianca. Tavolate grandi, piatti che non finivano mai, quella sensazione tipica delle mense “importanti” dove non devi chiedere il bis: arriva da solo.
La seconda volta è stata tutta un’altra storia. Ci sono tornato come docente del servizio civile Unpli. Non una visita: una notte al Santuario. Dormire lì, quando i pullman se ne vanno e i passi rimbombano sotto i portici, il silenzio e il vento… è un’esperienza che consiglio senza esitazioni. Cambia il ritmo, cambia lo sguardo. Cambia anche il modo in cui pensi al cibo: non come parentesi, ma come parte del tempo che ti concedi.
Di Oropa avevo già scritto su Allappante (https://www.allappante.it/letteratura-infernale-al-santuario-doropa/). Ma questa volta il contesto era diverso ancora. L’ultima volta ci sono andato con Jacopo, uno dei critici gastronomici de La Repubblica, e una compagnia eterogenea, curiosa; una fisica, una cantante pop, una maestra, un musicista… Quelle tavolate in cui si parla di tutto, ma si torna sempre lì: “e se ci fermassimo qualche giorno a Oropa? Per riflettere, camminare… e mangiare?”. Domanda semplice, risposta meno. Perché Oropa non è solo dove mangiare, ma come e quando.
Se sali lassù e non mangi polenta concia, hai sbagliato viaggio. Burro, formaggi locali e farina di mais: è il piatto che ti riporta a terra dopo ogni pensiero alto. Un confort food locale. Accanto alla polenta, nei ristoranti attorno al Santuario però trovi: carni di montagna, salumi e formaggi biellesi… sempre con polenta. Ma anche dolci semplici, spesso casalinghi: Torta del Pane in primis… Ma dove andare?
Alla Croce Bianca, che resta un riferimento storico, la cucina è quella che ti aspetti da un luogo di accoglienza antica: tradizione piemontese, porzioni generose, atmosfera da “qui si mangia sul serio”. Poco distante, per un pranzo più informale ma altrettanto identitario, c’è il Ristorante Bar Valfré, citato spesso per la polenta e il rapporto qualità/prezzo. È il posto dove torni volentieri dopo una camminata, senza troppe cerimonie. E poi ci sono le tavole “da montagna vera”, come il Ristorante La Fornace, dove la cucina segue le stagioni e l’idea è quella giusta: mangiare bene, senza fretta, magari dopo essersi persi un po’ nei boschi.
Sulla strada da e per il Santuario ci siamo fermati a mangiare alla Trattoria Quadrifoglio, nella frazione di Cossila San Giovanni, un luogo assai poco abitato che sembra esistere più per inerzia che per scelta. La trattoria è lì, affacciata sulla strada, riconoscibile da un cartello che recita senza fronzoli “Oggi Polenta e Cervo”, una delle sue specialità. La cucina è semplice, abbondante, diretta: polenta e cervo, polenta e spezzatino, polenta e uova strapazzate, polenta e trippa, patate in padella. Poi salumi, formaggi. Verdura non pervenuta. A gestire il tutto una coppia di anziani: lui in sala, baffoni alla Umberto primo, cordiale ma poco espansivo; lei in cucina, silenziosa. L’ambiente è decorato con decine di oggetti di paccottiglia, accumulati negli anni senza un vero ordine, ma forse con una loro logica affettiva. Trenta euro a testa circa, caffè, vino, acqua e amari compresi. Tanta quantità, nessuna concessione alla moda. E, in fondo, anche questo fa parte del viaggio.









Parlandone con Jacopo, la domanda è diventata quasi naturale: perché non restare qualche giorno dentro il Santuario? Al mattino cammini. A mezzogiorno mangi piatti che hanno senso in quel contesto. Il pomeriggio leggi, scrivi, stai zitto. La sera torni a tavola. Non è un ritiro gourmet, non è turismo gastronomico: è un modo diverso di rimettere ordine. Se poi sali verso il Lago del Mucrone, l’esperienza si completa. I rifugi lassù –dicono- essere imperfetti, a volte ruvidi, ma coerenti con il paesaggio. E va bene così. Mangiare a Oropa non è infatti cercare l’ultimo indirizzo giusto. È sedersi dove il tempo rallenta, accettare porzioni abbondanti, sapori netti, silenzi lunghi. È capire che qui il cibo non è spettacolo, ma compagnia.
Ed è forse per questo che, ogni volta che torno, finisco per chiedermi la stessa cosa: e se la prossima volta restassi ancora un giorno in più?