Pavia, il cervello e quella voglia di “più ciccia”

(a margine de “La mente radiosa”)

Sabato scorso sono tornato a Pavia, una città che avevo visto una sola volta, tanti anni fa, e che ricordavo bella. Ritrovarla è stata una sorpresa piacevole: viva, piena di energia, attraversata dalla via Francigena.

La vera scoperta, però, è stata un’altra: il Pavia Innovation Week. Non ne sapevo nulla – devo ringraziare Carmine per avermela fatto incrociare – ma si è rivelato un contenitore curioso, con appuntamenti molto diversi tra loro.

Ne abbiamo seguiti due. Uno più teorico, L’invenzione del linguaggio da Gad a TikTok, interessante ma un po’ distante. E uno invece decisamente più nelle mie corde: La mente radiosa. Come far funzionare al meglio il nostro cervello, legato al libro di Eliana Liotta, una giornalista, divulgatrice scientifica e autrice italiana, molto nota per il suo lavoro sul rapporto tra alimentazione, salute e benessere, e Michela Matteoli, una neuroscienziata di fama internazionale.

Tema perfetto, per chi come me insegna enogastronomia e per anni ha scritto di cibo: perché qui il punto è proprio questo, che anche il cervello mangia.

Una presentazione “da assaggio”

L’incontro era costruito in modo raffinato: musica dal vivo – credo fosse una viola – che dialogava con le autrici suonando Bach. I testi venivano letti, quasi recitati, nella forma di un reading. Bello, senza dubbio. Ma anche un po’ frustrante. Perché più che una lezione era una degustazione: piccoli frammenti, suggestioni, intuizioni. Una tavola giapponese, o forse indiana, dove ogni boccone è interessante ma non ti permette davvero di affondare i denti. E io, lo ammetto, avrei voluto più ciccia. Certo, il meccanismo è chiaro: incuriosire, spingere verso l’acquisto del libro. E mi auguro abbia funzionato (io il libro lo compro nella libreria di Omegna).

Il punto: il cervello non è separato dal corpo

Il messaggio centrale del libro è semplice, ma potente: il cervello non è un’entità astratta. È corpo. E come tale ha bisogno di essere nutrito bene. Sembra banale, ma non lo è. Le autrici parlano di una condizione sempre più diffusa: la “malnutrizione nascosta”. Mangiamo abbastanza – spesso troppo – ma male. Troppe calorie, pochi nutrienti. E questo, inevitabilmente, si riflette anche sul cervello: stanchezza mentale, difficoltà di concentrazione, umore altalenante. Non è solo una questione di dieta: è una questione di qualità del carburante.

Cosa serve davvero al cervello

Qui il discorso si fa più concreto – e per chi si occupa di alimentazione, più interessante.

Al cervello servono nutrienti precisi:

  • Omega-3, fondamentali per le membrane neuronali (pesce azzurro, noci, semi)
  • Vitamine del gruppo B, essenziali per i neurotrasmettitori (cereali integrali, legumi, verdure)
  • Vitamina D, legata anche alla regolazione dell’umore
  • Antiossidanti, che contrastano lo stress ossidativo (frutta e verdura)

E poi c’è lui, il grande protagonista degli ultimi anni: il microbiota intestinale. Sempre più studi mostrano quanto sia stretto il legame tra intestino e cervello. Una dieta ricca di fibre, vegetali e alimenti fermentati favorisce equilibrio e, di riflesso, benessere mentale. Al contrario, cibi ultra-processati e poveri di fibre fanno il lavoro opposto.

Il paradosso del “lo sapevo già”

La cosa più interessante, però, è un’altra. Durante l’incontro mi sono trovato più volte a pensare: “questa cosa l’ho sempre saputa”. E credo capiti a molti. Sappiamo che leggere fa bene al cervello. Sappiamo che bisogna muoversi perché fa bene al corpo e al cervello. Sappiamo che mente e corpo non sono separati. Eppure, finché non lo dice qualcuno con autorevolezza, resta una convinzione vaga, quasi privata. Quando invece lo leggiamo in un libro o lo sentiamo da una neuroscienziata, diventa improvvisamente vero.

Più che scoprire, riconoscere

Forse è proprio questo il senso di incontri come questo: non tanto scoprire qualcosa di completamente nuovo, quanto dare forma e legittimità a ciò che già intuiamo. Resta, almeno per me, quella sensazione iniziale: avrei voluto più profondità, più materia, più “ciccia”. Ma forse è anche giusto così. Perché, in fondo, il compito di una buona degustazione è farti venire voglia di sederti davvero a tavola, ma con più consapevolezza.

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