Io non ho idea. O meglio: immagino che ci sia gente che ci guadagna e gente che ci perde. Quando si parla di accordi commerciali come quello tra l’Unione Europea e il Mercosur, succede quasi sempre così. C’è chi vede nuove opportunità di export, più scambi, più crescita. E c’è chi, soprattutto nel mondo agricolo, teme una concorrenza difficile da reggere: prezzi più bassi, regole ambientali meno stringenti, produzioni su scala enorme.
Fin qui, nulla di sorprendente. La domanda però, secondo me, non è solo se l’accordo sia giusto o sbagliato. La vera domanda è: che strada vogliamo prendere noi?
Quantità o qualità
L’Italia non ha mai vinto sulla quantità. Non può competere con allevamenti intensivi giganteschi o con produzioni agricole pensate per il volume e non per il valore. Ma ha un altro punto di forza: la qualità. Forse questo accordo – che piaccia o no – potrebbe diventare l’occasione per spingere ancora di più in quella direzione: meno allevamenti intensivi, più filiera corta, più tracciabilità, più prodotti legati ai territori e ai metodi di produzione. Meno quantità, insomma. Più intelligenza (da intelligere, latino).
Non solo commercio
Il Mercosur non è infatti solo una questione economica. Tocca il tema dell’ambiente, del cibo, del modello agricolo che vogliamo sostenere. Non a caso divide governi, agricoltori, industrie e cittadini, anche dentro la stessa Unione Europea. Alla fine, come spesso accade, non esistono risposte semplici. Esistono scelte. E ogni scelta ha dei costi e dei benefici. Capire chi paga e chi incassa è probabilmente il primo passo per discuterne senza slogan.
Io, intanto, un’idea me la sono fatta. E voi?