Le Rapide Pop

Certe bottiglie non si bevono soltanto: si leggono e non solo per le scritte o il qr code. Spiego: ieri sera sono stato a Casale Corte Cerro, in provincia del Vco, durante la festa di San Giorgio. Che è una di quelle feste ancora profondamente radicate nel tessuto del paese, dove la partecipazione non è un’opzione ma una consuetudine. La gente si accalca per mangiare, le tavolate si riempiono, e poi — soprattutto — ci si sposta alla cosiddetta Corte del Vino.

Un tempo era qualcosa di più rudimentale e, forse, più anarchico: una fontana caricata con damigiane da cui ciascuno poteva attingere liberamente. Oggi, invece, la Corte è diventata una vera enoteca, curata da un gruppo competente, capace di selezionare e raccontare il vino con consapevolezza. Un’evoluzione che racconta bene come sono cambiate le feste popolari: meno improvvisazione, più cultura del prodotto.

È lì che entra in scena una bottiglia di Alta Langa DOCG, Le Rapide, portata a tavola da Romina con un’intuizione affettuosa: sull’etichetta — così sembrava — diceva lei essere rappresentata una balena, richiamo perfetto ai fossili marini dell’astigiano, del Roero e delle Langhe… quell’immaginario paleontologico che a me piace molto..

Ma il giorno dopo, riguardando la foto, la suggestione è cambiata, portando con sé delle domande. Non è una balena. È un pesce più slanciato, più nervoso: una trota, forse. O meglio, come conferma poi una ricerca, un salmone. E allora si apre un nuovo immaginario.

Il salmone e la corrente

Il nome Le Rapide richiama immediatamente l’acqua in movimento, la difficoltà del percorso. Il salmone, da parte sua, è uno dei simboli più universali della risalita: lo sforzo controcorrente, la determinazione cieca e necessaria. È difficile non pensare a quell’immaginario costruito altrove — nei documentari americani, nelle sequenze iconiche dei salmoni che risalgono i fiumi mentre gli orsi li attendono. Un immaginario che non ci appartiene geograficamente — i salmoni non sono animali del nostro quotidiano — ma che è entrato con forza nella nostra memoria visiva collettiva. Il vino va controcorrente come fanno i salmoni. In una terra da vini rossi, un vino bianco metodo classico. E proprio qui però che si apre una frattura interessante.

Un’etichetta pop per un vino globale

L’etichetta di Le Rapide ha qualcosa di dichiaratamente pop. Non è solo una scelta estetica, ma culturale: richiama più un certo linguaggio visivo internazionale che il Piemonte. In questo senso, potrebbe ricordare — più che il mondo del vino — certe derive della pittura contemporanea o della grafica pubblicitaria. E il vino stesso, a ben vedere, segue una logica analoga. L’Alta Langa DOCG è sì profondamente legata al territorio, ma nasce su un modello dichiaratamente francese: metodo classico, lunga rifermentazione in bottiglia, utilizzo di vitigni come Chardonnay e Pinot Nero. È, per definizione, un vino che dialoga con un paradigma internazionale. Da un lato: un immaginario visivo importato (il salmone, i documentari, la narrazione globale) e dall’altro: una tecnica produttiva che affonda le radici nello Champagne. Il risultato è un prodotto che, pur radicato nelle Langhe alte, è inevitabilmente figlio della globalizzazione.

Controcorrente davvero?

Il paradosso è tutto qui: Le Rapide racconta una risalita controcorrente, ma lo fa attraverso strumenti — simbolici e produttivi — che sono pienamente dentro la corrente principale del mondo contemporaneo. E forse è proprio questo il punto più interessante. In un’epoca in cui si parla molto di identità, territorialità, persino di “sovranismo alimentare”, vini come questo dimostrano quanto sia difficile — se non impossibile — sottrarsi davvero alle influenze globali. Anche quando si crede di andare controcorrente, si nuota comunque dentro un fiume che è già condiviso.

Il vino nel bicchiere

Ma alla fine resta la cosa più importante: il vino. Perché Le Rapide — al di là di tutte le letture possibili, delle suggestioni visive e delle considerazioni culturali — è un vino molto buono. Bevuto con facilità, nel mio caso accompagnando una serie di piatti semplici, quelli tipici di una festa di paese, ma buoni. È un Alta Langa di ottimo livello: scorrevole, equilibrato, capace di stare a tavola con naturalezza. Uno di quei vini che non hanno bisogno di essere spiegati mentre li bevi, perché funzionano. 

Si può anche dire: è un vino che nasce su un modello francese, che utilizza vitigni internazionali, che adotta un immaginario grafico lontano dal territorio — un salmone “americano” in un contesto dove i salmoni non ci sono. Ma tutto questo, nel bicchiere, conta fino a un certo punto. Perché mentre lo si beve, tra un piatto e l’altro, dentro una festa di paese ancora viva, quel vino fa esattamente ciò che deve fare: accompagna, tiene insieme, racconta — anche senza volerlo — un pezzo del nostro presente.

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