Il servo stupido

Da qualche settimana sto usando ChatGPT, nella versione Plus. All’inizio era un piccolo prodigio: lo avevo preso per lavorare al libro dei quarant’anni dell’UNPLI, convinto che mi avrebbe risparmiato ore di trascrizioni e rielaborazioni. Carichi l’intervista, gli dai due istruzioni e lui scrive, sintetizza, impagina. Sembrava magia.
Poi, come spesso accade con le magie, è arrivata la realtà.

Ho scoperto che ChatGPT è un servo stupido. Un servitore instancabile, velocissimo, ma incapace di capire ciò che fa. Ti solleva da molto lavoro, ma pretende di essere sorvegliato in ogni momento. Il tempo che non impieghi più per scrivere, lo spendi per correggere. E per spiegargli di nuovo cosa vuoi, e per riparare ai suoi “entusiasmi” creativi.

L’altro giorno, per esempio, gli ho chiesto di preparare un comunicato stampa. Gli dico di fare una ricerca sull’argomento, e lui mi sbaglia i nomi. Gli chiedo di citare una dichiarazione, e me la taglia a metà. Gli ricordo di mantenere il testo originale, e lui aggiunge dettagli che non c’entrano niente. Quando gli domandi dove l’abbia trovato, cade dalle nuvole.
È come un collaboratore che lavora notte e giorno, ma senza sapere davvero cosa stia facendo.

Il paradosso è che per usare bene ChatGPT devi sapere già tutto quello che stai facendo tu. Se non conosci la materia, ti travolge. Ti serve soltanto se sei capace di “pilotarlo”, di riconoscere gli errori e correggerli al volo.
Ed è proprio questo che mi preoccupa quando penso ai miei studenti: lo useranno, anzi lo usano già, per scrivere ricerche e testi argomentativi. Ma se non hanno le basi, riempiranno le pagine di errori e assurdità con l’aria di chi ha scritto benissimo.

ChatGPT è come una moto potentissima: ti porta lontano, ma se non sai guidarla, ti fa male.
Io, alla fine, continuo a usarlo. Perché resta uno strumento utile, persino affascinante.
Ma più che intelligente, è un servo stupido. E come tutti i servi stupidi, funziona solo se il padrone è molto attento.

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