Il male dentro

Da ragazzo non immaginavo che avrei incontrato il male oscuro. Per me era una categoria astratta, come gli extraterrestri o i “matti” di cui si parlava genericamente, senza conoscerne davvero nessuno. Una parola leggera, quasi una presa in giro. Poi la vita mi ha fatto cambiare prospettiva.

Oggi ho due amici che stanno male. Male nella testa, direbbe qualcuno. Ci sarebbero termini precisi — psicologico, psicoanalitico, psichiatrico — ma io non so definire bene i confini. So solo che non stanno bene, che sono malati. E so anche che non si curano.

Sono adulti, maggiorenni, liberi. Nessuno li può obbligare a farsi aiutare. È una questione di principio: la libertà individuale, la sacralità della scelta. Eppure mi chiedo: quando la mente è avvolta da nodi, da pensieri distorti, possiamo davvero parlare di libertà? Chi può dire che il loro ragionamento sia lineare, che il loro rifiuto sia una decisione lucida?

Mi fa male al cuore vederli così. Mi piacerebbe che potessero tornare quelli che erano quando li ho conosciuti, con la luce negli occhi e la vita davanti. Mi piacerebbe che qualcuno li prendesse per mano e li riportasse indietro, su una via diritta, più serena.

Capisco chi sceglie di non curarsi da un tumore, chi decide di affrontare la morte dignitosamente. Ma la mente è un’altra cosa: la mente ti tradisce, ti porta lontano da te stesso. E allora sì, forse sarebbe giusto superare questa regola filosofica che nessuno può essere obbligato a curarsi. Perché non si tratta solo di libertà: si tratta di vita.

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