Sabato scorso, mi sono fatto aiutare da Jacopo Fontaneto, espressivo giornalista enogastronomico, a completare un noioso corso sulla deontologia giornalistica. Non pago del suo aiuto, mi sono fatto invitare a pranzo a casa sua e lì, con i dovuti apprezzamenti (“la apro solo perché ci sei te che capisci… per altri non lo farei”), ha aperto una bottiglia del 2002 di Aglianico d’Irpinia Antonio Caggiano Salae Domini. Aperto, caraffato… sorseggiato, ci ha sorpreso per la sua incredibili longevità. Era ancora bevibile, apprezzabile per gli anni: profumi già ossidati quasi di china, in bocca asciutto, poco gustoso, fresco… Lo abbiamo gustato soprattutto con la testa (“urca, dodici anni! E chi l’avrebbe mai detto…” e così dicendo) e mentre lo bevevamo una ridda di ricordi mi è arrivata al cuore. In quell’anno è nato mio figlio Filippo. Pioveva (ma guarda un po’!) in quel luglio di gioia. Ho via alcune bottiglie di quell’annata così così per il vino. Non arriverà alla maggiore età di Filippo. Forse. Alcuni anni prima ero andato a trovare un mio ex allievo a Napoli e lui mi aveva portato proprio da Caggiano. Credo lo chiamasse “professore” ed era un bel personaggio. Con lui avevo ricordato quando il Taurasi era nelle migliori carte dei vini d’Italia e lui me ne aveva fatti assaggiare molti. Anche Jacopo era immerso nei suoi pensieri: ricordava che quella bottiglia gli era stata donata all’inizio della sua carriera di giornalista di settore. E se la gustava come se gustasse un pezzo del proprio passato, della propria storia. Entrambi siamo stati, così, emozionati per alcuni istanti. Magia del vino!
Grazie a Jacopo, grazie a Filippo e grazie agli ex studenti
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